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  10/02/2012 - 20:00

 

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Scanner - musica
 


Death in June
20 aprile 2002 al Siddartha di Prato
L'italian tour 2002 della band di Douglas Pearce
Il presente di una cult band

 




                     di Giacomo Aloigi


Non si va ad un concerto dei Death in June per caso o per semplice curiosità. Si sa cosa ci aspetta. Douglas Pearce, artefice unico ormai da quindici anni del progetto DIJ, torna in Italia per presentare il suo nuovo album All pigs must die, ennesimo oscuro manifesto di inquietudine e tensione esistenziale ed artistica. Il Siddartha di Prato accoglie una nutritissima pattuglia di aficionados del controverso artista inglese che, nell'occasione, si accompagna con il delfino Boyd Rice al quale spetta il compito di inaugurare il live-set. Scenografia ridotta all'osso, con il teschio simbolo dei DIJ che campeggia alle spalle del palco, Boyd si esibisce per una mezzora eseguendo tre pezzi all'insegna del noise che però non catturano più di tanto l'attenzione del pubblico. Tutt'altra accoglienza è riservata a Pearce che compare, sventolando una bandiera, in mimetica e con il volto celato dall'agghiacciante maschera con la quale siamo abituati a vederlo fotografato sulle copertine dei suoi dischi. In coppia con un percussionista (e lui stesso al timpano) attacca con un trittico di canzoni in cui non si regala un'oncia alla melodia: Till the living flesh is burn, Death of a man e l'ambigua C'est un reve, con la ben nota invocazione "Ou est Klaus Barbie" che viene aggiornata in "Ou est Bin Laden". Dopo questa intro violenta e suggestiva, Pearce cambia look, si toglie la maschera, indossa un elmetto ma copre ancora una volta il viso con un velo sul quale ha praticato una piccola apertura all'altezza del naso e della bocca. Imbracciata la fedele acustica, il tenebroso Douglas comincia a snocciolare una dietro l'altra buona parte delle canzoni più note del proprio repertorio. Si spazia da brani storici degli anni ottanta come Fields of rape e Heaven Street, passando a Because of him e But what ends when the symbols shutter per giungere alle ultime fatiche come Kameradshaft (particolarmente evocativa) e il già citato All pigs must die. Si va avanti così per quasi due ore, compresi un paio di bis, senza cadute di toni e con una carica di violenza latente che difficilmente ci si potrebbe attendere da un uomo munito di semplice chitarra acustica. Ma il fascino e il carisma di Pearce sono fuori discussione e l'esibizione di Prato ne ha dato ulteriore conferma. Qualsiasi interpretazione si possa dare ai suoi testi ed alla sua particolare scelta estetica. Non si va ad un concerto dei Death in June per caso o per semplice curiosità.

Voto 7 

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