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  20/10/2019 - 20:58

 

  home>musica > nu-metal

Scanner - musica
 


Spineshank
The Height of Callousness
Concentrato isterico-dicotomico di calma/rabbia
[Roadrunner/Edel], 2001

 




                     di Valerio Fumasi


Sembra davvero una favola burtoniana la cronaca dei due anni appena trascorsi in casa Spineshank. Nel lontano'98, quattro comuni ragazzi di Los Angeles con il pallino per il metal e tutto il fluorescente circo che da sempre lo accompagna, terminarono in fretta le registrazioni del loro demotape. L'intento era chiaro: sognando magari di ottenere un contrattino con quei volponi della Roadrunner, intendevano darlo al loro idolo Dino Cazares, che con i suoi Fear Factory stava per arrivare in città. Un sogno all'apparenza proibito ma che, invero, divenne realtà. Il gruppo, supportato da un'ottima produzione (venne affidata alle sapienti mani di Josh Abraham) e da una discreta campagna publicitaria, realizzò "Strictly Diesel" e partì subito in giro per il mondo, in compagnia di System of a Down e Static-X. La maggior parte della stampa specializzata, però, definì giustamente il disco troppo acerbo e drammaticamente incompiuto, tendendo persino a stroncare (erroneamente) l'integrità della band con accuse di plagio e scarsa personalità. E così la rabbia e la delusione per aver bruciato un'opportunità così ghiotta cominciarono ad accumularsi, e crebbe violentemente in Jonny Santos e soci un sentimento di rivalsa, un grido potentissimo che oggi finalmente viene alla luce, detonando tutto il suo vigore artistico in "The Height of Callousness". "The Height..." è un disco dalle grandi potenzialità, in cui emergono prepotentemente il coraggio e soprattutto l'umiltà che i nostri hanno dimostrato nel voler conquistarsi un'altra chance, assemblando un vero concentrato di soluzioni esplosive, soprattutto nell'incedere delle strofe - la stessa title-track ne è un valido esempio - e nell'ergere imponenti muri di chitarre finemente sorretti (e non decorati, a differenza degli Slipknot) da partiture sintetiche abilmente co-programmate dall'ormai esperto producer GGGarth Richardson. Se è pur vero che il riffing ricorda spesso quello dei succitati Fear Factory, l'utilizzo dei synth e della voce, soprattutto nelle magnifiche e disarmanti aperture melodiche (vedi "Play God" e il super singolo "Synthetic"), riporta ai new-glam-metallers Orgy. Ma una band ha carattere quando è capace di regalare emozioni, e qui il concentrato isterico-dicotomico di calma/rabbia è talmente esasperato da garantirne un continuo fluire. L'unica "pecca" dell'album è semmai il non presentare alcuna caduta di tono, "staticizzandosi" leggermente dopo ripetuti ascolti, ma il tutto rimane comunque a distanza siderale da tanti gruppi nu-metal che affollano il panorama odierno.

Voto 8 

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