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  28/09/2020 - 19:21

 

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Teatro di Roma
Tre sorelle di Anton Cechov
Regia Massimo Castri scene e costumi Maurizio Balò, luci Gigi Saccomandi. con Roberto Baldassari, Paolo Calabresi, Claudia Coli, Milutin Dapcevic, Angelo Di Genio, Miro Landoni, Mauro Malinverno, Laura Pasetti, Sergio Romano, Bruna Rossi, Roberto Salemi, Renato Scarpa, Alice Torriani, Barbara Valmorin
dal 30 gennaio al 3 febbraio 2008 al Teatro Metastasio di Prato. Dal 30 ottobre al 4 novembre 2007 al Teatro della Pergola di Firenze, dal 14 novembre al 2 dicembre 2007 al Piccolo Teatro Strehler di Milano. Durata: 3 ore e 30 minuti compreso un intervallo

 




                     di Tommaso Chimenti


Teatro Metastasio, stagione 2007 / 2008
Teatro Metastasio, fuori abbonamento 2007 / 2008
Teatro Metastasio ragazzi, Stagione 2007 / 2008
Molly Sweeney, di Brian Friel, regia Andrea De Rosa, 2007
i Giganti della montagna, Compagnia Lombardi-Tiezzi, 2007
Farfalle, Compagnia TPO, 2007
Gomorra, Mercadante Teatro Stabile di Napoli, 2007
Pasticceri Io e mio fratello Roberto , 2006
Roberto Andò e Moni Ovaia, Le storie del sig.Keuner, di Bertolt Brecht
Luca Zingaretti, Legge La Sirena, di Giuseppe Tomasi di Lampedusa
Tre sorelle di Anton Cechov, Regia Massimo Castri
Giorgio Strehler, La storia della bambola abbandonata
Teatro del Carretto, Pinocchio, da Carlo Collodi
Campagnia Pippo Delbono, Questo buio feroce


Nella dissoluzione l’unica formula rimasta è il cerchio. Senza spigoli, senza angoli. Un tondo, un ovulo al quale i convitati tornano e si affannano, abbondano al suo capezzale come uccellini a cercare di piluccare con il becco aperto, facendo l’elastico tra il dentro, senza mai veramente raggiungerlo, ed il fuori caotico e pericoloso. Come spermatozoi incaponiti, nel riempimento e svuotamento della scena da fisarmonica, zombie a barcollare stanchi. Ed infatti le “Tre sorelle” di Massimo Castri ruota attorno a questa scena familiare, che di famiglia non ha più niente, a questa convivialità formale, a questo pranzo dove non viene servita nessuna pietanza. La vita qui è una diaspora al contrario, un Olocausto centellinato dai secondi eterni dove le catene invisibili tirano nella cuccia sicura ma gelida. Rimane a galla la depressione camuffata e vestita da tranquillità, che inaridisce il pensiero. I personaggi, tra i quali si distingue Mauro Malinverno, camminano su un piano distrutto e divelto, instabile e sfasciato, un pavimento come zolle secche di Sahara. Sono i mezzi uomini sconfitti che popolano i romanzi di John Fante, gli omini grigiastri con impermeabile e spalle ricurve verso il davanti di Folon, perdenti senza neanche aver combattuto, senza aver sudato. Portano grandi valige che non useranno mai, sono più fardelli pesanti, storie che nessuno vuole più sentire, noiose anche a raccontarle. Intimamente non credono alla partenza. Quel “A Mosca, a Mosca” è solo il punto più alto dell’iceberg dell’insoddisfazione che si esplica nella ricerca vogliosa e morbosa di qualcosa che si sa per certo essere irraggiungibile. E Mosca è la vita, o il miraggio di essa, la città dei libri e delle luci, ma è e deve rimanere sogno. Ed in qualche modo è ciò che li fa continuare a vivere, a sopravvivere, ad esistere, è il punto di riferimento quando tutto il resto cade e crolla, come l’impiantito, quando tutto diventa provvisorio ed immateriale, friabile e senza appigli. E proprio perché partire è un po’ morire che i personaggi di Cechov sono così attaccati alla vita da esserne schiavi, da risultarne ai suoi occhi già morti nell’immobilismo della scena, nella passività di fronte alle cose, nella rassegnazione del quotidiano, nella continua frustrazione cercata, voluta e trovata. E’ una sala d’attesa ma senza ansia d’aspettativa che anzi viene vista come il destino ineluttabile dell’uomo, nessun entusiasmo o elettricità in questa riunione di famiglia sgangherata e tranquillamente triste. Ognuno si muove nel suo binario morto con le teste chine senza comunicazione ma soltanto paura del silenzio, così come i vanti ed i brindisi non portano con sé felicità ma soltanto attimi di distensione subito rimangiata. Ammazzare il tempo perché lui ha ammazzato loro con continue amare speranze disattese, con limitazioni e frustrazioni rimpiazzate da “ti amo” detti rovinosamente, disperatamente a colpi di “pizzini”, illusioni fallite senza mai essersi lasciati andare. E’ un’attesa dell’attesa che sfinisce e prosciuga. E Cechov ci ammonisce: “O si sa perché si vive o è uno scherzo stupido”.

Voto 8 

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