partner di Yahoo! Italia

Fizz - Idee e risorse per il marketing culturale !

Scanner - Cultura Opinioni Online
links redazione pubblicità info redazione@scanner.it


   


Biennale College
Terza edizione
Crave
Di Sarah Kane
Era la nostra casa
Scritto e diretto da Nicola Zavagli
Teatro popolare d’arte
Tutto Scorre - una favola nera
Tre donne in cerca di guai
Regia di Nicasio Anzelmo
Call Me God
Finalmente l'edizione italiana
Piero della Francesca
Il punto e la luce
Raffaello Baldini
Cantiere poetico
Roma Fringe 2015
Il festival entra nel vivo
15/45 Uno studio sulle guerre
Tre atti teatrali sul desiderio della libertà

 


Ricerca avanzata

 

 

Arte Musica Libri Cinema Live Interviste Home Vignette Gallery Hi-Tech Strips Opinioni Gusto Ospiti TV

  20/08/2019 - 00:56

 

  home>live > appuntamenti

Scanner - live
 


Sacre-stie
Scritto e diretto da Vincenzo Pirrotta
Con Filippo Luna, e Alessandro Romano, Marcello Montalto, scene Rosalba Corrao, costumi Marcella Costa
Visto al Festival “Primavera dei Teatri”, Castrovillari, Cosenza il 1 giugno 2011, Sala 14 del Protoconvento

 




                     di Tommaso Chimenti


Le stie sono le gabbie dei polli. Reti piccole, finissime, invalicabili, sottili come ragnatele che tranciano la vista, la occludono senza celarla, la frantumano in piccoli esagoni da dove il mondo appare squadrato, frammentato, difficilmente ricomponibile ed organico: a compartimenti stagni. Preti e pedofilia. Con Sacre Stie vengono in mente gli scandali di Boston, quelli recenti di Don Seppia a Sestri Ponente a Genova, tutti quelli che la Chiesa ha taciuto, insabbiato, azzerato. Niente a che vedere con Don Camillo. Più vicino, forse, al “Nome della rosa”. In una preghiera materica e carnale il Monsignore di rosso purpureo cardinalizio (Filippo Luna a tratti demoniaco e posseduto e corposo e ascetico) inscena una danza coreografata di parole, ora auliche ed antiche, quasi latinizzate, pompose e polverose, desuete e iconografate, storicizzate, tra l’alto ed il terreno, tra Dio e le bassezze degli uomini. Il suo segretario (Ratzinger e Padre Georg?) pende dalle sue labbra, si abbevera della potenza del riverito, e reverendo, amico e protettore, al quale deve, di riflesso, la posizione, non solo quella kamasutrica, ma sociale e civile. Chiamala Sindrome di Stoccolma, dove il perseguitato, il rapito, s’innamora dell’aguzzino, del boia. Una storia d’abuso di potere camuffato con la volontà divina, la soddisfazione degli istinti più retrogradi ed animaleschi nascosti da rituali e cerimoniali rinvigorenti l’anima, il fango fatto passare per celestiale dono del cielo, il desiderio per purificazione, la punizione traslata in giusto trapasso e passaggio per assurgere ad un ulteriore stato di grazia. Le candele, l’incenso, le grandi volte, il marmo freddo, le gigantesche navate che creano echi, gli affreschi, le campane, il “Te Deus” d’organi o il “Magnificat” (qui dovrebbe essere la voce idilliaca di Mina) incutono timore, le cupole alte, le vetrate colorate da dove filtrano raggi di luce densi, contribuiscono a mettere i fedeli in una situazione di inferiorità presunta di fronte, non tanto al divino, ma quanto ai suoi sacerdoti, a chi porta il nome della grande ditta ben stampata sulla tonaca. Niente a che vedere con “La messa è finita”. Molti non vorrebbero sentire le parole “Habemus Papam”. Il pastore e le pecorelle: scena biblica e pornografica. Il duello dialettico è una confessione d’amore, complice e partecipata, un linguaggio carnale e solido, pieno, fatto di metafore pungenti, di allusioni concrete, una litania che diventa amplesso e godimento fisico, carne allo stato puro, orgasmo, erotismo. Il testo di Pirrotta vira però verso un moralismo scontato, che infatti incontra i favori del pubblico da sempre bisognoso di consolatorie ammissioni e di demagogie ben confezionate, quando sulla scena irrompe un ex allievo seminarista violentato dal Cardinale, come altri ragazzini carne da macello come sottolinea la didascalica immagine pittorica. Non è certo il rassicurante “Don Matteo”. Pistola in pugno, segregazione del cattivo e processo da Brigate Rosse. Sembra di stare ne “La morte e la fanciulla” o, peggio, in “Misery non deve morire”. L’escamotage, la soluzione da guardie e ladri, da ispettore di fiction, non ci è piaciuta. Così come il cartello finale, inutile, appeso al cardinale, finalmente punito accecato come Edipo (respiro di soddisfazione vendicatorio della platea che poi applaudirà liberata), che incita alla soppressione fisica, alla pena di morte per chi commette reati sessuali nei confronti di minori. D’accordo o meno, la democrazia sancisce altro. Non manca la frase evangelica “Lasciate che i piccoli vengano a me”, come un attacco alle ricchezze della Chiesa (fuori luogo, in questo caso), come la riesumazione della lettera di Ratzinger, prima del suo Papato, che invitava i parroci alla segretezza di eventuali scandali (fuori tema). Luci ed ombre sul Cristo sofferente (tutti noi) che non trova pace e non trova buoni maestri ai quali affidarsi.

Voto 7 - 

        Invia Ad Un Amico

© Copyright 1995 - 2010 Scanner