Un sussurro ci trascina via, ci porta per mano dentro l’incubo al quale sembra impossibile sfuggire. Veniamo presi per un braccio, ma dolcemente, mellifluamente, i toni non sono alti, ma appena abbozzati. Il tunnel si apre, nero, buio, senza ritorno. Siamo tutti donne, parodiando JFK. Siamo tutti donne, o almeno lo dovremo essere nel profondo quando
sentiamo le storie raccolte con caparbietà, e la ferocia dell’ironia, dall’attrice Monica Bauco che attorno al tema “Non dire niente” ha illustrato, in maniera migliore di mille campagne e spot istituzionali, cosa gira e farnetica nella testa degli uomini, assalitori famelici, e delle donne, vittime consapevoli e facili prede della società maschilista. Che la violenza è
sempre in atto, sempre nell’aria, ed aspetta soltanto di concretizzarsi, come il vapore acqueo a tornare lacrime. Dal palco ci cadono
ai piedi storie che sembrano uscite da Asimov ed
invece sono vere, reali, accadono, respirano attorno a noi. In molti casi siamo
proprio noi a tapparci gli occhi, a non vedere, non parlare, non sentire (come
le tre scimmiette) le grida di dolore, le richieste d’aiuto, la vergogna dei
lividi portati addosso come condanna, punizione senza colpa se non quella di
essere non tanto donne ma soggetti deboli attaccate da frustrati. Il sibilo “Non dire niente”, prodotto dal vivido Nicola Pecci
(l’uomo invasore, devastatore, barbaro ma con mezzi subdoli, viscido nel suo
perenne convincere la donna al suo sacrificio legittimo), entra in testa come un mantra, tartassa, rimbomba, martella, spinge e sputa. Ma lo fa con l’affabilità del corteggiatore che intorta, che cuce la sua tela da ragno nella
quale rimanere invischiati, fino anzi a giustificarlo, a prenderne le parti,
a innamorarsi ancora di più in una miscela tra la sindrome di Stoccolma, il desiderio di maternità e la voglia di fare le missionarie e
le crocerossine. Il risultato è un boomerang. Sulla scena gli oggetti sono funzionali,
la regia pulita e semplice, i due attori si intercambiano affiatati. Sono storie, come pietre e sassi e macigni impossibili da digerire, che provengono da ogni latitudine, storie di ignoranza e prevaricazione, di sudditanza senza scelta, di
piccoli mondi antichi con ristrettezze di panorami. L’errore però sarebbe
quello di legare certe scene e visioni, la donna giordana bruciata viva, quella
alla quale hanno gettato l’acido sul volto
sfigurandola, la signora messicana che ha denunciato invano il marito per anni
ricevendo dalla polizia soltanto alzate di spalle, al cosiddetto Terzo Mondo.
La violenza è strisciante e si annida dove c’è frustrazione. Il terreno fertile
cresce dappertutto basti pensare che una delle prime cause di morte nella
nostra civilissima Europa per le donne è la violenza domestica, cioè provocata tra le quattro mura della propria abitazione
da mariti, fidanzati, padri, amanti. Esilarante la favola della topolina che sposa il gatto, ripresa dalle pagine di Conchita De Gregorio, con l’attrice che modula la voce e ad occhi chiusi sembra di sentire
un’ingenua Minni
che si mette il mondo sulle spalle e vuole cambiare il sistema attraverso
l’amore ed i suoi occhioni da ciglia sbattuti. Tutti i brividi del mondo si
sciolgono con la salita e la discesa dal drappo di tessuto rosso della giovane
ginnasta Giulia Odori. La sua è una salita contro gli uomini che la ricacciano
a terra, la sua è fatica e fango, il suo salire è prendersi quel che le spetta,
che gli schiaffi e le bordate la fortificano, che quel cordone ombelicale,
seppur insanguinato, dona la vita. E’ questa la differenza tra gli uomini e le
donne.
Voto
8
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