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Compagnia Krypton
Picchì mi guardi si tu si masculu
scritto e diretto da Giancarlo Cauteruccio, con Giancarlo Cauteruccio e Peppe Voltarelli
Prima nazionale al Teatro Studio di Scandicci dal 23 al 25 febbraio 2007

 




                     di Tommaso Chimenti


Teatro Studio di Scandicci, Diversamente Parlando, stagione 2007
Scena Verticale, Dissonorata, 2007
Motus, Rumore rosa, 2007
Studio Su Medea, regia di Antonio Latella, 2007, presentazione
Studio Su Medea, regia di Antonio Latella, 2007, recensione
Gogmagog & The Playground, The Restaurant of Many Orders, 2007, presentazione
Gogmagog & The Playground, Ristorante dai tanti ordini, 2007, recensione
Giampiero Cicciò, Giovanna d’Arco di Borgo vecchio, di Gianni Guardigli, 2007
Compagnia Krypton, Picchì mi guardi si tu si masculu, 2007
Egumteatro, L’omossessuale o la difficolta’ di esprimersi, 2006


Il corpo umano non è che una tenaglia posta sopra un mantice e una casseruola, il tutto fissato su due trampoli”, diceva Samuel Butler, scrittore inglese di fine Ottocento. E sembra centrare in pieno questo “Picchì mi guardi si tu si masculu” (fino a stasera allo Studio, 055.757348) di Giancarlo Cauteruccio con il mantice della fisarmonica del macho sensibile Peppe Voltarelli, camicia a quadri da Midwest e stivali da Brokeback Mountain, che impreziosisce i silenzi riempiendoli di recital fremente e tangheiro, “Tu che sei diverso” di Mimì e “Città vuota” da Mina. La tenaglia delle mani che l’avvolgono in un abbraccio amplessico forte e deciso come solo due uomini si sanno reciprocamente dare. Non c’è da aspettarsi un altro, splendido, “Racconti di giugno” di Pippo Del Bono. Neanche storie di pruriti peccaminosi. L’emozione arriva con l’autobiografismo delle prime esperienze osé con l’amico Pinuzzo, da brividi veri, o quando con i piccoli piedi da geisha gira su se stesso come ballerina del carillon deformata. Qui l’omosessualità è vista come nostalgia allegra: libertà. In periodo sanremese Giancarlo, in nero luttuoso, intona a cappella “Tu mi fai rotà come fussi ‘na bambola, poi mi ietti in terra” su uno sgabello da piano bar, “la valigia dell’attore” aperta come bara di velluto sangue sul passato, ai suoi piedi, davanti a fasci di luce blu malata orizzontali- sbarre di gabbie chiuse a doppia mandata e racchiuse nella parola “diversità”. Ma il pugno non viene assestato, la resa perde di efficacia, la carezza è languida e non lascia le cinque dita come sul pongo. Il corpo di Cauteruccio poteva essere impedimento, corpo esasperato e zavorra che limitava, colonne d’Ercole che incutevano timore e Scilla e Cariddi, invalicabile sedia a rotelle, barriera tra sé e l’esterno. Giancarlo non azzarda, non cala l’asso, non scopre il carico come aveva sperimentato in “Fame” dove il calabrese ben si sposava con la voluttà bulimica del digerire e ingurgitare. L’omosessualità passa per gaiezza, mai sconcerto o dubbio o sconvolgimento, poco scombussolamento di pancia sotto i caschi da parrucchiera di luce: “Mi chiamo masculu come te”.

Voto 6 ½ 

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