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  20/08/2019 - 00:23

 

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I Marziani
Di Alberto Severi
Regia Nicola Zavagli, con Marco Zannoni e Beatrice Visibelli, Produzione Teatri d’Imbarco e Radicandoli Arte
Teatro Politeama Poggibonsi (SI)

 




                     di Tommaso Chimenti


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I Marziani
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Senza fine” apre e chiude musicalmente le danze, raggomitolando il filo di un discorso perso tra le umane disgrazie di una tipica famiglia del dopoguerra.

L’odore della guerra è ancora dietro l’angolo, il sessantotto è lontano a venire, le contraddizioni del pre Guerra Fredda in atto, del Medio Oriente, dell’Africa malata neanche l’ombra. Forse un mondo più semplice e schietto quello degli anni ’60 dove tutto ciò che è incomprensibile sembra che sia venuto da Marte, che sia fuori dalla logica comune delle cose.

Alvaro, uno splendido Zannoni, qui la sua interpretazione sfiora il miglior Renzo Montagnani, ex Arca Azzurra, il suo “Grogrè” sarà a gennaio a Rifredi ed a Barberino, illuminante in un emiliano “Garibaldi”, è un operaio tutto Stalin, ha anche i baffi del tutto simili, e Unità. Sboccato, volgare, vernacolare, contrario, con tutte le sue forze alla stampa borghese e reazionaria incarnata da “La Nazione”, il giornale del padrone. Se non lo dice Togliatti o L’Unità allora il fatto non sussiste. Mara, disperate house wife da Tavarnelle, contadina con grembiulino a fiori e segno della croce pronto all’uso, Beatrice Visibelli, è devota alla Chiesa. La regia invece è di Nicola Zavagli sceneggiatore anche di “Belle al Bar” e “Ivo il tardivo” per Benvenuti. Severi, che ha disegnato anche la locandina dello spettacolo con lo pseudonimo Daffy (Da Firenze), firma che appare anche sul Vernacoliere, riesce, come sempre del resto, a far ridere delle scempiaggini del nostro tempo, e di ciò che eravamo, per poi, in un solo attimo fugace, che scivola addosso denso ma rimane impigliato come unto di motore, stoccare amaro e colpire tragico, non semplicemente triste e svenevolmente lacrimevole, ma riflessivo sulle debolezze, squarciando l’esistenza di positivo e negativo, mischiandoli o, meglio ancora, mantecandoli, dove alla fine non si sa più dove finisca l’uno e cominci l’altro. L’inghippo della risata è scatenato dalle riflessioni rubiconde di Alvaro che, qui siamo nel ’63, profetizza scenari futuri, poi in realtà accaduti, ma all’epoca impensabili e catastrofici come un Papa polacco.

Intanto scorrono “Il cuore è uno zingaro”, “Datemi un martello” e Celentano e Modugno e Rita Pavone, nei vinili che friggono e gracchiano, poi Papa Montini e Giorgio la Pira, le case chiuse, la Resistenza in un compendio di emozioni storico- artistico- sociali di un’era lontana dove era normale tirare su il brodo dal cucchiaio.

Sulla scena un tavolo mignon e due sedie da Puffi: una vita mediocre da nani in una favola senza lieto fine. Alle loro spalle un fondale evocativo di una cucina: coloratissimo il telo opera di Massimiliano Padelli e Tommaso Violi che sembra uscito da un quadro di Andy Warhol.

La lingua è un altro apprezzabile tentativo di non dimenticare e disperdere le nostre radici culturali, il mangiarsi le “c”, la bestemmia come intercalare, l’ironia sottile, secca e piccata dei toscanacci sempre in polemica col Governo, col Campanile accanto, con Dio.

Voto 8 

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