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  28/05/2017 - 16:38

 

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La Gabbia
Testo e regia: Stefano Massini
Pensando agli anni di piombo. Con Luisa Cattaneo e Cristina Valentini
Al Teatro Manzoni di Calenzano il 5 maggio 2007

 




                     di Tommaso Chimenti


La fine di Shavuoth, 2010
I capitoli del crollo, Volume primo: Tre fratelli, 2010
L’Italia s’è desta, 2010
Frankenstein ossia il Prometeo moderno, 2009
La Gabbia III, 2008
Donna non rieducabile, anteprima, 2007
L’odore assordante del bianco, recensione, 2007
Stefano Massini, Scanner intervista il regista fiorentino, 2007
L’odore assordante del bianco, scritto e diretto da Stefano Massini, 2007
Muro di silenzio, diretto da Stefano Massini, 2005
Norma 44, di dacia Maraini, diretto da Stefano Massini, 2004
La Gabbia, diretto da Stefano Massini


Non date da mangiare agli animali. La fossa dei leoni preme, innervata, racchiusa, nella botola dei ricordi. L’immobilità estenuante si trasforma in continua elettricità, rincorsa attorno al tavolo-palco, banco del giudice. La brigatista, Luisa Cattaneo, dura, ancora feroce, madonnara schematica, ed allo stesso tempo insicura e fragile, e la madre scrittrice borghese piena di certezze e charme e trucco e messa in piega. Hanno barriere, mura senza ponti levatoi più che sbarre. Quarantaduesima replica per la prima parte de “La gabbia”, produzione del Teatro delle Donne festeggiata con un incontro con lo “scopritore della piece” Franco Quadri, alla piccola bomboniera di Calenzano. Si scontrano nella trincea due mondi: il Vietnam, personale e increspato dal tempo, infittito di slogan e sbandierata appartenenza, ed il tailleur (da “Diavolo veste Prada”) di salotto ed aperitivi, di cordialità e buone letture. Sono calamite con cariche opposte che si avvicinano per poi, improvvisamente e violentemente, allontanarsi all’apparenza irrimediabilmente. Ogni scontro aumenta paradossalmente la riunione se non dei corpi (Massini non ci concede giustamente un abbraccio finale da happy end) almeno dello spirito. Nello schiaffo si ritrovano madre e figlia, quelle dita sono il cordone ombelicale prima reciso ed ora, per un solo attimo, riannodato. La giovane donna reclusa ha i capelli legati, la madre sciolti sulle spalle. Entrambe vivono di parole. Ma forse non si è colto il perno, il centro ed il fulcro dell’intera vicenda umana e transnazionale. Il sottotitolo ce la indicava, era talmente abbagliante da non trovarla. La chiave, la soluzione non va ricercata tra le due donne, forse uguali, simili, identiche (scrittrici per urgenza) ma nell’assenza. Cosa manca in questa fredda e sudata anticamera da parlatorio? Manca l’uomo, manca Marte. “Figlia di notaio” era lì, palese e delineato, nero su bianco. L’abbiamo scartato, volutamente non inchiodato alla sedia delle responsabilità. La guerra vede alleate le due donne ma l’uomo è distante, troppo lontano per capire, per capirle: “Là fuori c’è l’inferno”, forse sono le fiamme dell’incomprensione e della solitudine, del sistema ordinato ed ordinario, dell’inquietudine messa a tacere dal bon ton che detiene le coscienze ed anima i sorrisi parziali e meccanizzati, imbevuti di conformismo. Ci permettiamo: Massini qui ha diviso la sua anima, tra il perbenismo della madre e la ribellione della ragazza. Partendo dalla fine, le tre trance della trilogia del parlatorio de “La Gabbia”, e poi indietro nel recente passato, da “Abu Ghraib” all’ultimo “Odore assordante del bianco”, da “Memorie del boia” alle “Metamorfosi” kafkiane, fino a “Prima dell’alba”, tutte piece piene di sbarre, reali o virtuali, di catene, di visuali tranciate, esclude. Cosa c’è oltre la siepe per Massini? Cosa si muove dietro l’angolo?

Voto 8 

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