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  14/08/2020 - 16:25

 

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Eimuntas Nekrosius
Faust, di J. Wolfgang Goethe
Regia Eimuntas Nekrosius, scene Marius Nekrosius, costumi Nadezda Gultiajeva, musica Faustas Latenas, con Vladas Bagdonas, Salvijus Trepulis, Elzbieta Latenaite, Povilas Budrys, Vaidas Vilius, Margarita Ziemelyte, Kestutis Jakstas
Dal 7 all'11 marzo 2007 al Teatro Metastasio di Prato, 13 e 14 marzo -Teatro Lauro Rossi di Macerata, 16 e 17 marzo al Teatro Nuovo Giovanni da Udine, 16, 17, 18, 19 e 20 maggio al Piccolo Teatro di Milano

 




                     di Tommaso Chimenti


Maggio Musicale Fiorentino, stagione teatrale 2002 / 2003
Nekrosius con Macbeth debutta come regista lirico
Hamletas, regia di Eimuntas Nekroðius


Vulcani appuntiti di latta e odore di bruciato, strutture piramidali fumanti, tende Sioux o bare, loculi, sarcofagi o Vergini di Norimberga nel gioco di un giogo che traina, trascina, sposta e muove il mondo. La visione onirica del Faust di Goethe, in lituano per la regia di Eimuntas Nekrosius, cinquantacinquenne artista di Vilnuis, è d’impatto visivo, anche un gigantesco osso da “2001 Odissea nello spazio” nel secondo atto, e sonoro, con il cacciatore che spara rumoroso ai piattelli olimpionici. La puzza di zolfo di cerini sfiammatisi si mischia con la fatica del mondo di quest’Atlante-Dio accompagnato dal folletto salterino, Puk malefico, “scimia” emmadantesca. Già nel 2004 il Met ospitò uno splendido “Faust” per la regia di Claudio Parmigiani. Per coraggiosi, e sonnambuli, è il ritorno del maestro lituano, già a Prato alcune stagioni passate con l’Hamletas o l’“Otello” ed al Maggio con il “Boris Godunov”.

Atmosfera da evento, da “io c’ero” anche se i palchi sono deserti. La sua piece è un lungo abbraccio in tre atti e quattro ore complessive con sovratitoli. Una regia accurata e dettagliata fino allo spasmo, fino alla perfezione stilistica dove ogni tassello, da ideologia tipicamente dell’Est, combacia in un meccanismo ben oliato e armonico, la tecnica prende il sopravvento in un puzzle rigido. La scenografia è futurista, al limite della metafisica. Faust, il contrario di infausto quindi giusto e favorevole, è un Piccolo Principe curioso, un angelo caduto nel fango con le ali sporche di catrame che non riesce a riprendere il volo, è un Cristo solo e svuotato d’ogni parentela, è Dorian Gray senza ritratto, è Adamo cacciato, è il teschio di Amleto. Faust è Lucifero che vaga nel nero. “In questo buio mi sento meno solo”, diceva il Krapp beckettiano. Ma il mondo è “un carcere maledetto e ammuffito” oppresso da ideologie sementi e striscianti governi: la bandiera rossa gigante sventolata (come ne “Gli uccelli” del nuovo direttore del Met Tiezzi, alla prima in platea). Faust vuole arrivare alla conoscenza come Icaro con le sue ali di cartapesta e cera al Sole, come la Torre di Babele a Dio mentre le Parche tessono il filo del tempo in una gigantesca cornucopia di luce, enorme lucciola, lampada di Diogene che magicamente si trasforma in calice che disseta, Santo Graal di potere. “Esiste l’uomo felice?”. “Nulla di perfetto sfiora l’uomo”, è questa la fonte della sua desolante disperazione. Sulla linea di partenza si sfidano per battere l’incessante tic tac dei secondi, come in pista sui 100 metri con lo starter che spara il pronti via. Le delimitazioni si mutano in corsie di piscina, si muovono come la Linea della Lagostina (proprio in questi giorni è deceduto il suo autore Osvaldo Cavandoli), sfociano in un campo elettromagnetico. E mentre le pagine dei libri sventolati diventano ali di gabbiani, mangia le parole dagli scritti e sembra raccoglierle come semi, come cimici e acari e pidocchi, ingoiando le lettere a manciate.

Voto 7 

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