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Alberto Severi
Corsivi
Con Alberto Severi e Teresa Fallai
Al Teatro del Sale di Firenze il 23 settembre 2008

 




                     di Tommaso Chimenti


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Cominciamo dalla fine. Col trucco sfatto, segnato dal rimmel. “Sembri Carmelo Bene”, gli dice una signora. Severi ride. E quando ride strizza gli zigomi che gli fanno gli occhi stretti come la fessura di una saracinesca che sta per chiudersi. Pane e tulipani. Si sente inorgoglito dall’accostamento, dal paragone che accoglie con pudore. Ma ad Alberto non piacciono i riferimenti, soprattutto se si parla del trucco e non della sostanza.

Severi non è un autore scomodo. Ma neanche accomodante. Non piega la testa, non cerca il consenso. Lo trova. Sfoderando quello che è l’altro lato dell’impettito ed imperturbabile giornalista televisivo. Aplomb british, dizione perfetta in video. Da qualche tempo ha rotto gli argini. Si è lasciato andare. Non solo autore. Anche sul palco. Non ha più avuto timori. Non si preoccupa di piacere a tutti. E’ uno dei pochi che riesce a mettere nero su bianco la Firenze d’oggi, ma senza provincialismi con quello sguardo al contempo distaccato da cronica ed interiore dell’innamorato della propria città. E i due aspetti fanno attrito. Chi ha troppo amore alla fine è molto, troppo, critico. Ecco Severi è critico ma non cinico. E’ il pettine che cerca il nodo, non per scioglierlo che non ha alcuna velleità di Salvatore della Patria né di Sindaco futuribile da primarie né di demagogo per scaldare la piazza, ma almeno per mostrarlo, con ironia pungente e sagacia fine, per metterlo sotto la lente d’ingrandimento, per sottolinearlo, portare la carcassa sulla riva. Che ridere dei problemi è già un primo passo per poterli affrontare. Usa il fioretto e i suoi “Corsivi” per pungere il proprio mondo. Colpisce il teatro giù dal palco mostrando la varia umanità che lo frequenta, i tossitori di professione, la pomposità del Festival del Fitness o quello della Creatività, tutti muscoli e poco cervello. Non ha paura Severi di toccare il mostro sacro di Benigni che tutti continuano ad elogiare e consacrare a livello di Visnù per rimanere, nell’ombra della massa, sul carro dei vincitori, senza poi, alla fine, vincere niente. Regala stoccate alla politica locale (se dall’amministrazione comunale qualcuno si degnasse di venire a sentirlo) con un ritratto di un assessore ignorante ma di un’ignoranza semplice da apparire tuttologo davanti ai punti interrogativi e ai buchi neri della conoscenza riuscendo sempre a trovare, arruffone e ciarlatano senza saper di esserlo, una risposta, una a caso, la prima che gli viene in mente senza riconoscere la propria impreparazione ma con il certo sospetto che sia vera e a prova d’errore. Come separè tra una “stanza” e l’altra, cartelloni da ring con scritte curvilinee che ricordano le Comiche in bianco e nero. Ha il gusto dell’iperbole e del paradosso che fanno del suo un cabaret arguto colmo di rimandi ad una cultura alta da salotto, ma con il lampredotto fumante in mano, smoking e intercalare greve, ché Firenze è una bella donna, sempre nuda, con il culo all’aria. E all’asta. Il discorso si dipana argomentandosi ed aggrovigliandosi concedendo il gusto estetico della parola stessa slegata al suo significato, ma ricondotto ad una lucida assonanza, che diventa danza di suoni da ascoltare come nella scena “Wow”, dei giovanilismi, dei neologismi da slang importato d’oltreoceano, degli inglesismi dei quali rimbomba e cola la città, che ha un ritmo orgasmico, quasi orgiastico per il piacere pieno dell’accavallarsi, come gambe di soubrette, dei termini. Severi è uno degli ultimi paladini della fiorentinità. Una voce fuori dal coro. Un inno, quello americano, ci seppellirà.

Voto 7 

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