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  19/02/2020 - 17:26

 

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Campagnia Pippo Delbono
Questo buio feroce
Ideazione e regia Pippo Delbono, direttore tecnico Sergio Taddei , scene Claude Santerre, disegno luci John Robert Resteghini, allestimento fonico e fonica Angelo Colonna, tecnico luci Fabio Sajiz, con Dolly Albertin, Gianluca Ballaré, Raffaella Banchelli, Bobò, Margherita Clemente, Pippo Delbono, Lucia Della Ferrera, Ilaria Distante, Gustavo Giacosa, Simone Goggiano, Mario Intruglio, Nelson Lariccia, Gianni Parenti, Pepe Robledo
Al Teatro Metastasio di Prato dal 20 al 24 febbraio 2008

 




                     di Tommaso Chimenti


Pippo Delbono: Questo buio feroce, 2008
Pippo Delbono: Urlo, 2007
Pippo Delbono: Racconti di giugno, 2006
Pippo Delbono: Guerra, 2003


Nel paradosso di una luce abbagliante, l’anoressico auschwitziano Nelson, da pelle d’oca l’interpretazione sinatresca di “My way” in mutande e microfono in stile sanremese, statua filiforme di Alberto Giacometti ma in carne e, soprattutto, ossa, Ombra della sera etrusca, redige una delle facce del poeta Brodkey morto di aids. Facce della fine della vita. Della vita stessa. In “Questo buio feroce”, titolo rivolto più all’ironia ed allo “scandalo” della vita che non al tunnel finale del decesso, Pippo Delbono è, se vogliamo, ancora più raffinato e ricercato ed estetico nel mettere in luce archetipi di forme umane traslucide, volti diversi dello stesso disagio, quadri di peregrine voci di pellegrini e viandanti vaganti ed erranti da via crucis circondati da addetti infermieristici ossessivi e claustrofobici da laboratorio in assetto da guerra batteriologica anti-infettiva ed anti-contagio. La normalità ha le scarpe, la malattia è scalza, come cantava Ivano Fossati “chi non ha scarpe non ha ragione mai” o, di rimando, “chi non ha scarpe non ha padroni”. Donne watusso, gravide e sgraziate, claudicanti con protesi alla Pistorius si incamminano in sale d’aspetto illuminate, con un tavolo da ultima cena, operatorio o da obitorio, banchetto del trapasso, come candelabri o neon che calano-colano dal soffitto, da sacche ematiche. E’ un teatro del dolore, della malattia, della morte e del rispetto compiuto dell’esistenza quando lo stesso Pippo, che spesso taglia la scena in bianco in forte veste e presenza kantoriana, danza leggero, in un corpo deformato ma armonico, in un ballo sfrenato posseduto, in un trapianto o trasfusione che, con il movimento delle mani come rive di fiume senza contorni, si scioglie sereno, s’incanala senza incresparsi, guarisce, purifica. Transessuali e signore attempate alcolizzate e drogate rappresentati come un lungo, scintillante e triste e vuoto, nelle occhiaie, Carnevale veneziano, in una carrellata di figure colorate, un carillon dagli occhi concavi e senza scintillio con dame, papi, monaci, due arlecchini, uno è Bobò programmato come robot con una botola virtuale sulla schiena, perversioni sessuali. Tutti cerchiamo la nostra scarpa di Cenerentola, per imparare a camminare invece che continuare a barcollare.

Voto 8 

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