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  17/12/2017 - 08:51

 

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Michele Cocchi
Tutto sarebbe tornato a posto
Dieci racconti sul fragile equilibrio della vita
Elliot Edizioni, Collana Heroes, pp. 139, Aprile 2010, ISBN 9788861921160

 




                     di Tommaso Chimenti


Due sono i lati che più risaltano in questa prima prova letteraria di Michele Cocchi con la bella raccolta di racconti “Tutto sarebbe tornato a posto” (Elliot edizioni, 140 pp, 13 euro): la natura, specialmente la montagna, e l’ospedale, il dolore, la sofferenza. Due lati che in Cocchi trovano agio, lui pistoiese, con i monti cupi alle spalle della città della Giostra dell’Orso, lui medico in camice bianco. A tratti le pareti bianche dei reparti e quella soffusa e diffusa aria di attesa e sconfitta pare assomigliare alo Spazio bianco di Valeria Parrella. Qui la frase fatta “tutto sarebbe tornato a posto” rimane inascoltato e disatteso. Il tempo non guarisce le ferite, anzi, se possibile, peggiora la situazione, fa marcire, incancrenire gli uomini. E’ forte e potente il peso di questa Madre Natura che corre per la sua strada, non matrigna ma soltanto indifferente alle piccole cose terrene degli umani, ai loro lancinanti dolori, ma sempre infinitesimali rispetto al cosmo, al suo volgere. Uomini che si prendono troppo sul serio con le loro faccende, i loro simulacri, i loro simboli mesti, derelitti, fallaci, decadenti, fallibili e mortali. E’ il grande scontro tra il vecchio e il mare, l’imponderabile bellezza dell’esistenza con i suoi inspiegabili vortici. Niente qui tornerà a posto, ci dice Cocchi, le cose dette e fatte e scritte hanno il loro peso, a tratti insopportabile. Niente si cancella e niente si distrugge, e se dimenticare per gli uomini è difficile, per la natura è impossibile che ogni gesto ne genera altri, a catena, a valanga. Le pagine scorrono con un sentore sotterraneo di sconfitta, non pessimismo però, che gli eventi della vita non sono comandabili né aggiustabili né è possibile far calcoli tra quei due punti certi, la nascita e la morte, dell’esistenza. Silenzi, foglie e alberi e boschi, a ricordarci che siamo di passaggio, che non siamo eterni, che non lasceremo il segno.

Voto 8 

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