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La Tempesta
Di William Shakespeare
Adattamento e regia Andrea De Rosa
Con Umberto Orsini, Flavio Bonacci, Rino Cassano, Gino De Luca, Francesco Feletti, Carmine Paternoster, Rolando Ravello, Enzo Salomone, Federica Sandrini, Francesco Silvestri, Salvatore Striano, spazio scenico Alessandro Ciammarughi, Andrea De Rosa, Pasquale Mari, scene e costumi Alessandro Ciammarughi, luci Pasquale Mari, suono Hubert Westkemper, musica Giorgio Mellone, aiuto regia Alessandra Cutolo, Giovanni Del Prete, foto di scena Bepi Caroli, Marco Ghidelli, produzione Emilia Romagna Teatro Fondazione, Teatro Stabile di Napoli, Teatro Eliseo
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Di biblici riferimenti e vangelici squarci. Il rumore di fondo
è costante e la mano, l’orecchio soprattutto, dell’ingegnere del suono Westkemper si fa notare con piglio di surround che avvolge.
Siamo sulla stessa barca. Suoni d’onde ed echi di navi
sfasciate, fruscii di carene trafitte e chiglie smembrate, tuoni da ribaltare
prue e capovolgere poppe, spezzare vele. “La tempesta”,
ridotta e asciugata (ossimoro) come un osso spolpato dai fronzoli e >brandelli da De Rosa, perfetta
ricuce gli occhi e la visione della muraglia d’acqua è tangibile e severa e
assassina. E’ un’isola che dona la pazzia, che prosciuga senza donare alcuna
speranza, quella dove sono naufragati Prospero, e la
figlia Miranda, incatenata al letto-manicomio centrale, adolescente pronta a
donarsi all’amore di Ferdinando erede del regno di Napoli, al quale è stato
sottratto il trono di Milano. Il capitano coraggioso (lodi a Umberto Orsini impetuoso
come un maremoto, dalle parole poderose come do di petto, come fulmini-giavellotti
scagliati da Zeus), quasi un Conte di Montecristo
asserragliato e rabbioso di vendetta, un Achab assetato
di rivalsa sui nemici che lo hanno condannato a
quest’esilio roccioso, comanda e governa a piacimento, tra magie, sortilegi e
superstizioni, la sua ciurma sconquassata dal maroso, i suoi Proci depressi, gli
uomini-scimmie-cani-iene del volgo, dal dialetto
sanguigno, ma anche apostoli dell’ultima cena. Naufragio chiama naufragio. Aleggia appeso l’angelo-fantasma Ariel imbracato sulla
colonna oscillante di una tenda-sipario che sale nel cielo come Torre di
Babele, come mozzo sull’albero in attesa di vedere terra, Gesù avvinghiato alla
sua croce, senza delizia. L’isola immaginifica è un giaciglio di sassi sparsi
attorno alle pareti ad erigere un confine solido di scoglio verso l’infinito
mare, pietre scarnificate in mezzo all’oceano che si rispecchia nella figura
del povero fool Calibano, onanista,
pederasta, viscido, leccapiedi e turpe, a ciondolarsi il sesso, che si sente
defraudato e derubato di quella terra spoglia e brulla, come la sua anima. Solo
una Luna gigantesca, che toglie e aspira il senno come accadde ad Astolfo, compagno
d’arme di Orlando, protegge e nicchia all’orizzonte con le sue maree umorali. Il
muscolare e palestrato Rolando
Ravello (sullo schermo è stato Pantani, poliziotto
per “La squadra” ed il serial killer di “Almost blue”) è il serpente tentatore, scomodo ed
antipatico che riassume però la tenerezza della ricerca di una guida, di un
padrone dal quale dipendere. E’ un cane che abbaia, ma non è mordace. E’ un
pretesto sul quale scagliarsi senza conseguenze, è l’handicappato parafulmine
da percuotere per riparare le coscienze, è il “colpirne uno per educarne
cento”. E la tempesta si rifà quiete nel disvelamento
dell’incantesimo, nel finto arresto cardiaco che coglie l’attore uccidendo il
personaggio. Perché, in fondo, “siamo fatti della stessa sostanza dei sogni”. E’
l’illusione della vita.
Voto
8
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