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  11/06/2026 - 03:13

 

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La Tempesta
Di William Shakespeare
Adattamento e regia Andrea De Rosa
Con Umberto Orsini, Flavio Bonacci, Rino Cassano, Gino De Luca, Francesco Feletti, Carmine Paternoster, Rolando Ravello, Enzo Salomone, Federica Sandrini, Francesco Silvestri, Salvatore Striano, spazio scenico Alessandro Ciammarughi, Andrea De Rosa, Pasquale Mari, scene e costumi Alessandro Ciammarughi, luci Pasquale Mari, suono Hubert Westkemper, musica Giorgio Mellone, aiuto regia Alessandra Cutolo, Giovanni Del Prete, foto di scena Bepi Caroli, Marco Ghidelli, produzione Emilia Romagna Teatro Fondazione, Teatro Stabile di Napoli, Teatro Eliseo

 




                     di Tommaso Chimenti


Di biblici riferimenti e vangelici squarci. Il rumore di fondo è costante e la mano, l’orecchio soprattutto, dell’ingegnere del suono Westkemper si fa notare con piglio di surround che avvolge. Siamo sulla stessa barca. Suoni d’onde ed echi di navi sfasciate, fruscii di carene trafitte e chiglie smembrate, tuoni da ribaltare prue e capovolgere poppe, spezzare vele. “La tempesta”, ridotta e asciugata (ossimoro) come un osso spolpato dai fronzoli e >brandelli da De Rosa, perfetta ricuce gli occhi e la visione della muraglia d’acqua è tangibile e severa e assassina. E’ un’isola che dona la pazzia, che prosciuga senza donare alcuna speranza, quella dove sono naufragati Prospero, e la figlia Miranda, incatenata al letto-manicomio centrale, adolescente pronta a donarsi all’amore di Ferdinando erede del regno di Napoli, al quale è stato sottratto il trono di Milano. Il capitano coraggioso (lodi a Umberto Orsini impetuoso come un maremoto, dalle parole poderose come do di petto, come fulmini-giavellotti scagliati da Zeus), quasi un Conte di Montecristo asserragliato e rabbioso di vendetta, un Achab assetato di rivalsa sui nemici che lo hanno condannato a quest’esilio roccioso, comanda e governa a piacimento, tra magie, sortilegi e superstizioni, la sua ciurma sconquassata dal maroso, i suoi Proci depressi, gli uomini-scimmie-cani-iene del volgo, dal dialetto sanguigno, ma anche apostoli dell’ultima cena. Naufragio chiama naufragio. Aleggia appeso l’angelo-fantasma Ariel imbracato sulla colonna oscillante di una tenda-sipario che sale nel cielo come Torre di Babele, come mozzo sull’albero in attesa di vedere terra, Gesù avvinghiato alla sua croce, senza delizia. L’isola immaginifica è un giaciglio di sassi sparsi attorno alle pareti ad erigere un confine solido di scoglio verso l’infinito mare, pietre scarnificate in mezzo all’oceano che si rispecchia nella figura del povero fool Calibano, onanista, pederasta, viscido, leccapiedi e turpe, a ciondolarsi il sesso, che si sente defraudato e derubato di quella terra spoglia e brulla, come la sua anima. Solo una Luna gigantesca, che toglie e aspira il senno come accadde ad Astolfo, compagno d’arme di Orlando, protegge e nicchia all’orizzonte con le sue maree umorali. Il muscolare e palestrato Rolando Ravello (sullo schermo è stato Pantani, poliziotto per “La squadra” ed il serial killer di “Almost blue”) è il serpente tentatore, scomodo ed antipatico che riassume però la tenerezza della ricerca di una guida, di un padrone dal quale dipendere. E’ un cane che abbaia, ma non è mordace. E’ un pretesto sul quale scagliarsi senza conseguenze, è l’handicappato parafulmine da percuotere per riparare le coscienze, è il “colpirne uno per educarne cento”. E la tempesta si rifà quiete nel disvelamento dell’incantesimo, nel finto arresto cardiaco che coglie l’attore uccidendo il personaggio. Perché, in fondo, “siamo fatti della stessa sostanza dei sogni”. E’ l’illusione della vita.

Voto 8 

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