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Rabbia Rossa

 


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  28/06/2022 - 13:58

 

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Muta Imago
Rabbia Rossa
Ideazione Muta Imago, regia/luci Claudia Sorace, drammaturgia/suono Riccardo Fazi, realizzazione scena: Massimo Troncanetti, Maria Elena Fusacchia, costumi Fiamma Benvignati. Con Chiara Caimmi, Fabiana Gabanini, Valia La Rocca, Cristina Rocchetti
5, 6, 7 maggio 2011 alla Stazione

 




                     di Tommaso Chimenti


Il canto lirico si staglia tra le colonne alte e polverose di questa chiesa laica cementificata come una fabbrica abbandonata dopo un crollo, uno scoppio nucleare. Una Thyssen Krupp dopo le fiamme. La stazione di Viareggio dopo l’esplosione. La diga del Vajont dopo il cedimento. Seveso. Chernobyl. Fukushima. Nessuna anima vaga qua dentro. Solo una voce che fa il paio con una pila, una torcia di guardiano per constatare la solitudine dei numeri primi che urla e rantola nel buio, dentro e fuori. Quella dei Muta Imago è una “Rabbia rossa” quasi marziana, poco prima di essere aliena, ma ancora fortemente terrena. Stridori e catene da horror, tonfi enormi che dall’alto crollano intonaco e lastre in dolori, odori, suoni assordanti. Tutto rimbomba nel fatiscente spiraglio d’umanità rimasta. Tremendo il contraccolpo, gigantesco l’eco a mangiarsi i riverberi, le assonanze, in questo rimbombo continuo che si assomma amplificandosi. In questa Fine del Mondo, in quest’Apocalisse annunciata, in questo Castigo di Dio, dalle macerie emergono quattro figure, stranite, straniate, stralunate. Vogliono vivere, non vogliono arrendersi. Hanno occhi sbarrati, per la paura, il terrore dell’ignoto che le attende, per l’attenzione nella velocità d’esecuzione delle azioni che, qui ed ora, significano vita o morte. Il nemico non c’è, o almeno, non c’è più. Invisibile o morto. Il nemico stesso dell’uomo era se stesso. E l’ha annientato. Quindi l’uomo ha vinto, quindi l’uomo ha perso. E non è un caso che i sopravvissuti siano donne, ragazze pronte a procreare, a generare, a portare avanti la vita, a dare nuova luce in quest’infinita pece che avanza. Donne salve in un universo dove Dio è donna. Venere e non Marte. L’atmosfera sale: i rumori di elicotteri, i lampi nel buio, gli squarci da temporale. Superquark. E’ un attacco, un agguato nella notte mediorientale, è l’attesa lancinante di Profondo rosso, in uno strepitio seppiato che diventa fuga e inseguimento, saltando e schivando le continue esplosioni, i detriti che t’inchiodano, le corse bruciate da un Sole malato, caldo ma che non riscalda più, distrutto, colpito al cuore, da un nuovo Big Bang. Figure femminili che si difendono ed aggrediscono, per niente sesso debole, pronte con i denti ad arrivare fino a domani, e poi ancora. Si lotta per la sopravvivenza. Sono i cavalieri dell’Apocalisse. Amazzoni del Nuovo Mondo, ultimi gladiatori tra i fuochi e le temperature altissime della terza guerra mondiale aizzata a bombe nucleari. Ma dopo l’azzeramento c’è sempre una rinascita. Una nuova linfa, un risveglio, un’alba. Dal letame nascono i fiori.

Voto 8 

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