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Satyricon
Una Visione Contemporanea
Karamazov
Testo e regia César Brie
Onìsio furioso
Di Laurent Gaudé
OA Quarto atto: La luce
Cinque atti teatrali sull’opera d’arte
OA Terzo atto: Il canto
Cinque atti teatrali sull’opera d’arte
La Bottega Del Caffè
Una storia di intrighi e veleni
OA
Primo atto
Fanny & Alexander
Discorso alla nazione
Dall'Otello
Liberamente ispirato al dramma di Shakespeare
Non si uccidono così anche i cavalli
Di Horace McCoy

 


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  25/05/2012 - 02:59

 

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Teatro Sotterraneo
Post It
I lavori in corso per la produzione 2007. Di e con Sara Bonaventura, Matteo Ceccarelli, Claudio Cirri, Iacopo Braca, Daniele Villa
Il 29 e 30 marzo 2007 Teatro della Limonaia di Sesto Fiorentino

 




                     di Tommaso Chimenti


In apnea, Teatro Sotterraneo, 2005
Uno – Il corpo del condannato, Teatro Sotterraneo, 2006
Tilt, Teatro Sotterraneo e la regia di Jillian Keiley, 2006
Post It, Teatro Sotterraneo, 2007
La Cosa 1, Teatro Sotterraneo, 2007
Suite, Teatro Sotterraneo, 2008
Dies Irae, Teatro Sotterraneo, 2009


Il Re è morto, viva il Re. Tutto muore proprio perché è vivo. Il messaggio è di speranza, verde e positivo, fresco come i fabulous four (+ uno). Ogni cosa si spezza, si sciupa, si sporca, si rompe, finisce, si sgonfia. E’ la vita che è morte o è la morte che non esiste senza vita. Anzi la morte è paradossalmente il punto, l’ultimo, l’estremo, della vita. La parola fine del romanzo che comunque occupa, ha un posto ben definito nell’ultima pagina. L’ultima creazione, perché di questo si tratta, non performance né piece né spettacolo né show ma idea e progetto messo in essere, dei Sotterraneo, “Post It”, veleggia sullo sdrucciolevole impianto concettuale della fine spruzzato di leggera, velata e soffice ironia. Il terreno è pericoloso, per contenuto e per scelta stilistica, ma il collettivo fiorentino riesce con equilibrio da surfisti a destreggiarsi con cura, a rimanere, ritmati e felicemente scanditi, appesi al filo del gioco strutturato in caselle cesellate di trame ed orditi ben confezionati ed al contempo semplici e diretti. Il filtro è talmente ricamato da pizzi espressivi che finisce per risultare trasparente, carta velina, un “pizzino” che ci instrada senza strizzate d’occhio. C’è la materia e c’è il sogno, spot da metafisica dechirichiana ed un continuo gioco sotteso instaurato tra pubblico e attori sulla lama scivolosa in bilico tra verità ed inganno svelato, tra le falsità vere e le realtà montate ad arte. La scena è una sezione di cubo, quella del logo, vivisezionata da imeni e sottili aperture, tagli alla Fontana. E’ il divenire e la trasformazione, in uno scorrimento rapido di vuoti e pieni, di dentro e fuori, di entrare ed uscire in coreografie sincronizzate, di pezzi e spezzoni, di teste e corpi, di scissioni e dimenticanze. Una messinscena saldamente politica, e frustante, quando, esilarante e grottesco, scuola Kinkaleri e frammenti di Sagna, un corpo dietro le quinte viene dilaniato da una bomba a mano- segno dei tempi- tic tac della modernità. Frattaglie ed interiora, Iraq, Afghanistan o Palestina, volano sul pavimento mentre con cadenza tutta burocratico militaresca e rassicurante, impasto guerreggiante e televisivo, politicamente corretto, convincente ed equidistante, si camuffa la morte, che di per sé è semplice e pulita, con mille nuvole alchemiche dialettiche e menzognere. Si continua a ridere di gusto con la gag del morto che imbecca il discorso di commiato ad un parente piangente come suggeritore nella buca teatrale nella finzione della rappresentazione rituale. Tutto è rifiuto, tutto è destinato a finire. Quindi a continuare.

Voto 8 

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