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Orazione intima
Da Lettera agli analfabeti, di Antonin Artaud
Regia, ideazione: Alessandro Fantechi, Elena Turchi. Con Gillo Conti Bernini
Produzione Isole Comprese Teatro, Visto al Seipuntozero Art Factory (Piazza Piattellina 6 r) il 23 settembre 2010, Repliche: 23, 24, 25, 26 settembre, 19, 20, 21, 22 ottobre 2010

 




                     di Tommaso Chimenti


Lo spazio è accogliente e vagamente inquietante. Nel bianco delle due stanze del Seipuntozero ci si perde e ci si spaurisce, è per quello che si cerca complicità, vicinanza ed assonanza di gomiti e passi, aliti e presenza, occhi. Come quando poggi la mano sulla teglia bollente ed al primo attimo ti pare fredda. Sorpresa, stupore, dolore: la vita. Sorride l’attore non –attore. Siamo venuti a trovarlo, dieci sconosciuti. Questa è la sua tana, immerso tra i suoi palloncini rossi, che gonfia, che scoppia. Se ne sta sulla panca, come in chiesa, la gambe raccolte, le mani giunte, la faccia timida, il sorriso innocente. Ma non innocuo. Né Lucignolo né Pinocchio, ma persona, ombra e luce. L’aria dei piccoli dirigibili che si sfiorano a terra ondeggiando da mal di mare, da mal di male, siamo noi, col nostro vuoto borghese, di giacche, di aperitivi, tanto per rimandare il tempo perso e mai scambiarlo con quello preso. L’attore, Gillo Conti Bernini, non aveva mai recitato prima. Ha trent’anni e la sua compostezza, bellezza adolescenziale angelica, con le spalle larghe ed i capelli a caduta come sipario ne fanno un’icona pop da pubblicità presto però distrutta nella tempesta delle parole lanciate a velocità supersonica, attacchi duri, arringhe sputate. Ecco l’urgenza, la salvezza, la necessità, il bisogno, delle parole di Artaud, sempre più contemporanee e contingenti. Qui hanno senso. Qui hanno un senso, che è il solo e l’unico che avrebbero potuto avere. Gillo ci dimostra che la parola può scoppiare, quello che rimane è l’arte, il fare, il disfarsi degli ammennicoli, il fare dei fatti, dell’esserci, del prendere posizione, dello stare. Il testo lo fa suo. Non è tra le sue prerogative il piacere estetico o il darne. E’ Cristo che, pur sofferente, ha un occhio discreto e benevolo, verso chi pensa di essere immune dal peccato, dall’abisso, dalla sofferenza. Intervallando una lingua accademica ad una distrutta e frammentaria, frazionata e dislessica, gonfia o vernacolare, in gesti scimmieschi ed animaleschi, in antitesi con le canzoni francesi, leggere e colte, nell’attrito del freddo delle luci al neon, lì al centro, ad un passo da noi, si muove la vita, che qui è finzione e metafora ma anche passaggio di consegne tra inchiostro e vita vissuta. Siamo nel cordone ombelicale, nella genesi del parto delle nuvole. L’osmosi è piena, la centrifuga tra le quattro strette mura ci consente di sentirle quelle parole, mai lontane. Ascolto, sensazione rara che solo l’intimità concede a bracciate. C’è cuore e sudore, solo così si può sentire veramente quello che si sta pronunciando, proferendo. E’ un manifesto quello di Gillo: venite a vedermi, toccate con mano il disagio della camicia di forza, che siamo vicini, che siamo simili. Una prova, la sua, di grande forza ed impatto, a tratti commovente e lancinante, di sofferenza ma mai d’odio, di riappacificazione, di serenità mai depressa. La lingua batte dove il dente duole. E qui la finestra sul sorriso ci spinge un po’ più in là, fuori dallo schematismo dei pensieri, oltre la barriera piece-attore-memoria-finzione-personaggio. Chi sono io adesso se non un voyeur, un guardone nella casa, nella testa, nella vita altrui? Pulito entro, pieno esco, unto di vita, che non puoi fare a meno di accogliere, aprire le imposte, far entrare. Un ospite scomodo ma essenziale. Bisogna toccarlo con mano l’inferno per poterne rendere almeno una parte, donare i contorni, tratteggiare qualche linea.

Voto 7 + 

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