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  22/05/2024 - 14:34

 

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Carlo Monni
Monni all’inferno
Solista, oppure accompagnato da Elisabetta Salvatori e dalla fedele Banda alle Ciance (Marco Fagioli – bassa tuba; Franco Ricciu – contrabbasso chitarra; Bruno Romani – sax alto e flauto)
L'attore protagonista al Festival delle Colline 2005

 




                     di Tommaso Chimenti


Carlo Monni, L'amor è quel che conta, 2003
Carlo Monni, Monni all'inferno, 2005
Carlo Monni, intervista, 2007
Carlo Monni, Nottecampana, 2008
Carlo Monni, il ricordo di Scanner, 2013
Carlo Monni, Il ricordo di Titti Foti, 2013


Altro che Sermonti. A Carlo Monni dovrebbe essere conferito ad honorem il “Fiorino d’oro” per la passione, anzi la passionalità carnale e fisica, con la quale elargisce sprazzi di poesia con il suo corpo sovrappeso caracollante, nella sua maglia spiegazzata, nei capelli scompigliati ed elettrici, nella sua andatura trotterellante e strascicata, nella sua barba lunga da clochard. E’ il vero chansonnier, e come aggiunge lui, “sono di Champs sur le Bisance”, usando un francesismo dei suoi per ricordare le proprie origini. Monni, che gira tutto l’anno in sandali, ultimo dei coraggiosi senza computer e cellulare, riesce a miscelare la sacralità del sommo poeta e dei suoi secolari versi con l’arguzia e l’astuzia, con la parola volgare, nel senso del volgo, del popolo, rendendola addomesticabile, malleabile e masticabile ai più. Una lezione universitaria a Lettere non farebbe certo sfigurare il Bozzone di “Berlinguer ti voglio bene”. Alle sue spalle un mandolino, un flauto traverso ed un trombone, per la verità poco utilizzati.

Lo scenario è incantevole. Anzi incantato. L’orto della chiesetta di Bonistallo sopra Poggio a Caiano, strapieno fin sotto il porticato, pubblico di ogni età, anche diverse suore nelle prime fila, è magia architettonica che ogni anno il Festival delle Colline non si lascia sfuggire.

Il prezzo è a dir poco popolare: soltanto 2 euro, un caffè poco più, per un’ora ed oltre di sana poesia mista a grosse, ma mai grasse, risate. Monni sapientemente, ed in maniera del tutto naturale ed involontaria, sa, da una vita, coniugare lo schietto e forte linguaggio da casa del Popolo, la ruralità fiera di generazioni scomparse, la contadinità senza eleganza ma vera, piena, sanguigna, con gli alti versi, con quella cultura alta che a prima vista sembra fare a cazzotti con la foga tutta toscana del Monni nostrano sempre più Bukowski. Sfatto, distrutto che ha fatto della sua vita uno spettacolo teatrale. La purezza è primitiva, la memoria formidabile, illuminato da una luce rossa.

Sempre Carlo Monni è protagonista, mercoledì 13 luglio 2005, al Parco Museo Quinto Martini, di un appuntamento dedicato a Medioevo e dintorni: da Boccaccio ai Bernescanti, da Pietro Aretino al medioevo dei tempi nostri che ancora non vuole morire, insieme  a Altamente Logli e Gianni Ciolli (cantanti in ottava rima) e Franco Casaglieri e Giuliano Grande (rispettivamente il buffone bianco e L’Augusto).

Agli applausi infiniti lui risponde con la timidezza Ma torniamo a Monni all’inferno, in cui Monni canta anche, e salta e balla, e quando decanta il ventiseiesimo canto, quello di Ulisse, non vola una mosca, fino all’“Ave Maria” finale, un paradosso- controsenso da brividi laici. imbarazzata di un bambino premiato: “Bona!”, riesce a dire come tra vecchi amici al bar.

Nel bis altro show: il madrigale “L’amore è come l’ellera”, che, confessa, “io ho cantato ad un travestito sul Po”. “La poesia è un brivido, tutto il resto è letteratura”. W il Monni.

Voto 9 

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