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Pessoa. Since I've been me
Recensione dello spettacolo
Pessoa. Since I've been me
Regia, scene e luci di Robert Wilson
Felicità turbate
Di Tiezzi e Luzi
Roberto Mercadini
Felicità for dummies
Rimini Protokoll
La Conferenza degli Assenti
Teatro dei Gordi
Pandora
Leoni per il Teatro 2021
La Biennale di Venezia
Winston vs Churchill
Regia di Paola Rota
Nemico di classe
Di Nigel Williams
Fulvio Cauteruccio
La notte poco prima della foresta

 


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  22/05/2024 - 17:31

 

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Associazione Archetipo
La Principessa Bianca
Recensione dello spettacolo con la regia di Riccardo Massai, con Silvia Guidi, Teresa Fallai e Simone Rovida. Scene e costumi di Camilla Bacherini, allestimento di Raoul Gallini, disegno luci di Lucilla Baroni e Francesco Bianchi, sono di Vanni Cassori. Produzione Archétipo
Prima nazionale dal 20 al 23 e dal 27 al 30 maggio 2010, 21.30 Al Complesso Monumentale Le Pagliere, ex scuderie reali di Palazzo Pitti (viale Machiavelli 24) Firenze

 




                     di Tommaso Chimenti


Associazione Archètipo : La Principessa Bianca, recensione dello spettacolo, regia di Riccardo Massai, 2010
Associazione Archètipo : La Principessa Bianca, presentazione dello spettacolo, regia di Riccardo Massai, 2010
Associazione Archètipo : Blu (nello spazio di un respiro), regia di Riccardo Massai, 2009
Associazione Archètipo : Spoon River di Edgar Lee Masters , regia di Riccardo Massai, 2007
Associazione Archètipo : Le Baccanti di Euripide, regia di Riccardo Massai, 2007
Associazione Archètipo : Spoon River di Edgar Lee Masters , regia di Riccardo Massai, 2006
Associazione Archètipo : Il mercante di Venezia di William Shakespeare, regia di Riccardo Massai, 2006
Associazione Archètipo : I Savoiardi, regia di Riccardo Massai, 2005
Associazione Archètipo : Battaglia nel Nero di Roland Topor, regia di Riccardo Massai, 2005 - 2006
Associazione Archètipo : Macbeth di William Shakespeare, regia di Riccardo Massai, 2004


"Il teatro, come la peste, scioglie conflitti, sprigiona forze, libera possibilità, e se queste possibilità e forze sono nere, la colpa non è della peste o del teatro, ma della vita" (Antonin Artaud).

 

In bilico tra il sogno e l’incubo, ora bianchissimo, ora candido latte, adesso nefasto e nebuloso, “La principessa bianca”- sposa cadavere- sirena di rilkiana memoria, simbolo decadente, emaciato e in decomposizione, stagna nella sua gabbia dorata dentro la quale si trova al riparo, al sicuro, nel rifugio costruitole attorno. Fuori è il tumulto, l’inconscio, lo sconosciuto, il non gestibile, il sorprendente, anche, quindi, l’ansioso. Il regista Riccardo Massai fa entrare, come ragno, la sua principessa Silvia Guidi (prende i panni che non ha mai vestito Eleonora Duse), che da sempre ha posto il suo percorso artistico al servizio della ricerca teatrale in campo psicologico se non addirittura psichiatrico per capirne i gangli per carpirne i risvolti, in un cono orizzontale. E’ certamente il vortice della mente, ma anche la tana kafkiana, è una spirale dove cadere volentieri, un gorgo, un cannocchiale per vedere la realtà deformata, un caleidoscopio lisergico, un tubo che conduce, un intestino che ristagna, un buco che attrae, un pozzo claustrofobico, un oblò per descrivere il mondo là fuori, un bicchiere rovesciato dove leggere i fondi del caffé, una galleria del vento, una navicella spaziale che fluttua nell’universo senza gravità, un tunnel la cui uscita è ora uno specchio riflettente, ora un Cristo che galleggia, ora un buco nero che si mangia l’intorno, è la pancia della balena di Pinocchio, è una teca di vetro per mostrare gli esperimenti, è una bara, una cella, una tomba con impressioni d’eclisse. Il tappeto sonoro eclettico e variegato di Vanni Cassori è azzeccato e spazia negli stati e strati d’animo e segue alla lettera la partitura della parola e i continui sommovimenti dei sentimenti in divenire. La principessa potrebbe assumere ai nostri occhi l’inadeguatezza di una Marylin, la bellezza triste di Lady D, l’algidità superba della Fata Turchina, il sorriso mesto di Grace Kelly, la vitalità repressa delle mogli di Barbablu, l’annegare di Ofelia. Sono anime nel limbo, immerse in un delirio manicomiale. E’ Alice nel castello che ha paura a restare e timore ad uscirne. Fuori c’è l’amante, travestito da peste, da malattia, da zombie di Romero e una città oltre il lago che pare “L’isola dei morti” di Bocklin, mentre i latrati di lupi famelici- licantropi danno i brividi dei cani dell’“Inferno” nella versione di Romeo Castellucci. Una cellula devastante che prende le sembianze di un messaggero tossente, che è l’inizio della fine che s’insinua in punta di piedi prima di esplodere virulento. Il terreno, la vena, l’arteria, il corpo, l’organismo è stato irrimediabilmente colpito e il decesso è l’ultima soluzione, l’unica via d’uscita. Una Morte a Venezia che puzza di marcio, tra simbolismo e romanticismo, a respirare la peste manzoniana come quella di Camus. E’ come sentire l’odore da nausea dolce dell’acqua putrida rimasta in un vaso di fiori macilenti e secchi davanti ad una lapide in un cimitero. Come urina d’asparagi. Info: 055.621894; 13, 11 euro; durata: 1h; www.archetipo.it.

Voto 7 + 

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