|
Giorni felici
Di Samuel Beckett, traduzione Carlo Fruttero
Regia, scene e ideazione luci Robert Wilson, costumi e trucco Jacques Reynaud, drammaturgia Ellen Hammer, disegno luci A. J. Weissbard, suono Peter Cerone, Emre Sevindik. Con Adriana Asti nel ruolo di Winnie e Yann de Graval nel ruolo di Willie
Un progetto di Change Performing Arts commissionato da Spoleto52 Festival dei 2 Mondi e Grand Théâtre de Luxembourg, prodotto da CRT Artificio, Milano. Dal 4 all'8 novembre 2009 al Teatro Metastasio di Prato
|
 |
Un vento da Odissea, scampata o soltanto
celata nelle pieghe di un discorso infinito tramato a posta per scordarsi del
presente, furoreggia, spazza, spezza, mette le virgole, nell’inutilità del
tempo trascorso, che non è da vivere ma è da far scivolare via, il più in
fretta possibile. Winnie e Willie stanno in questo
deserto arido come un Piccolo Principe abbandonato e la volpe addomesticata. Adriana Asti, settantasei anni, aveva
già recitato in un “Giorni felici” nell’85. In questo firmato da Bob Wilson, che ha debuttato al Festival di Spoleto in estate, è impeccabile, perfetta, un vestito cucitole su misura nei cambi r pentini di vocalismi, senza mai battute d’arresto, senza
pause, rendendo umanità alla depressione, luce alla notte interiore. Sono gli ultimi della specie che stanno per andarsene o sono i sopravvissuti alla catastrofe. E’ un deserto, non è rimasto niente intorno a loro. La scena è
apocalittica come in “Finale di partita” ed anche l’incrocio-incastro-incontro tra i due personaggi ricorda e richiama Hamm e Clov: Winnie ha facoltà cerebrali e parla logorroica ma è immobilizzata nel suo cono-vulcano di magma, lava e catrame a grosse scaglie, compressa nella melma che la cinge, nel suo buco dove è rimasta incastrata,
piantata senza alcuna possibilità di movimento se non la testa, gli occhi e la
bocca. Una parodia lancinante della malattia che diventa mondo chiuso, ermetico
senza possibilità di passaggio, pertugio, crepa. Il marito Willie
può, faticosamente, muoversi, ma nei suoi grugniti da Alzheimer, nei suoi
rantoli gutturali non è lucido, ha perso la memoria delle parole, non riesce a
connettere suoni e significati. Si compensano combattendo la noia con
l’ossessiva ripetizione di piccoli gesti quotidiani che sono tutto quello che
resta, l’osso da spolpare delle cartilagini. Winnie, nel primo atto libera fino
al busto, come su una sedia a rotelle, come riparata dentro un carro armato,
nel secondo se ne intravede solo la faccia sempre più bianca come se
sprofondasse sempre più nelle sabbie mobili come in un polmone d’acciaio, si
rallegra perché non è intervenuto “nessun cambiamento, nessun
dolore, è già una gran cosa”. “Né peggio, né meglio”, aggiunge, provando sollievo. Vogliono sopravvivere a loro stessi, ingurgitando
medicinali e sciroppi in un auto accanimento
terapeutico, non più animali, ma esseri cerebrali che con la ragione tentano di
sconfiggere ed allontanare fino a domani la fine estrema, spostarla all’infinito. Infatti la pistola, più volte presa in mano, finisce sempre per essere riposta ed il possibile suicidio rimandato. Sullo sfondo una palla di sole velato che prima acceca e poi diviene penombra per poi
riaccendersi nello scorrere, incedere di giorni uguali. Ma i “Giorni felici” non
fanno riferimento ad un nostalgico sentimento di
passato, ma anzi sono quel presente che stanno non vivendo ma attraversando, come un compito, un lavoro da portare a termine: “Anche oggi è stato un altro giorno felice”. Una tacca sul muro, senza fine. Un giorno senza scossoni in
quella bolla d’aria dove tutto è calcolato, dove niente può entrare a cambiare, spaventare, distruggere. E’ il futuro della nostra società compressa dentro case-loculi sempre più stretti e opprimenti ma dove tutto è a portata di mano, dove non manca niente per essere felici, dove tutti i desideri sono soddisfatti. Il punto è la perdita e lo svuotamento di termini come “felicità” o “desiderio”. Ci siamo addomesticati, ammansiti, accontentati, acquietati. Un telecomando basta e avanza per la felicità. Un mondo più calmo,
più scialbo, più annacquato. Unico appiglio all’esterno è un telefono che
continua a squillare e che allarma gli abitanti del microcosmo beckettiano. Il futuro è perduto, cancellato, azzerato,
rimane un futile presente da esaltare. Anche le preghiere sono dimenticate e
diventano nenie infantili, giochi e scioglilingua senza costrutto in una
parodia da demenza senile. Una memoria a buchi, piena di vuoti da rattoppare, nella continua ricerca dell’eliminazione del dolore.
Voto
8
|
 |
|