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Egocentrico, Io?
Di e con Alberto Severi
Musiche dal vivo di Marco Poggiolesi, costumi di scena: Cristian Palmi
Visto al Teatro del Sale il 18 gennaio 2011

 




                     di Tommaso Chimenti


Egocentrico, Io?
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"Chanson egocentrique” (Franco Battiato, 1985). “Basta parlare di me, parlami di te. Che cosa pensi di me?”
Ci prende sempre più gusto. Raffinato, dalla penna eccentrica, nel turbinio di parole, mai una fuori posto, Alberto Severi va a scavare a fondo dentro di sé per ricostruire, autobiograficamente, i passi che lo hanno portato ad essere quel che è. Senza vergognarsene, come fare outing pubblicamente del suo miglior pregio e della sua dote innata: l’essere egocentrico. Ma chi lo afferma, chi ne è consapevole, come il nostro, ha già trovato l’antidoto, lo scudo per non fregiarsene, oppure per non scandalizzarsi all’altrui accenno alla cosa, o per minimizzarlo in compagnia, o ancora per ricondurlo a proprio vantaggio. Quello che molti, privi di humour, credono che sia un difetto, perché in deficit di autostima e carenti di strumenti non tanto per l’esaltazione ma quanto per la scarsa conoscenza dei propri limiti, per Severi, e non solo per fortuna, è assolutamente quel quid che fa essere persone speciali, con qualcosa da dare, da dire, da raccontare. E ci mette del suo, e molto. Tra le righe, tra i sollazzi alla Bergonzoni, nei giri di parole a perdifiato per lasciarsi ondeggiare e perdere e cullare nel suono dell’allitterazione, nella parodia dialettica, nelle parabole estreme, nelle iperboli cesellate ad arte, tra i palleggi scanzonati ed i parallelismi ora spinti ora spinosi alla Littizzetto, nella divertita sparatoria di sillabe, macchinetta a mitraglia, nell’assonanza cerebrale, nell’ossimoro assurdo ed allo stesso tempo arguto, nel telefono senza fili alla Zuzzurro e Gaspare, nelle freddure da Woody Allen o tratte da Achille Campanile, c’è tutto Severi, dolce e malinconico, seduttore fragile e colto, delicato e cinico, politicamente scorretto e tagliente così come sensibile e affabile, intelligente e ironico. Anche modesto, il ché certo non significa cospargersi il capo di cenere, dire sempre si, scusi, prego. Modesti non vuol dire essere francescani né porgere l’altra guancia, né chinare la testa. Si può essere modesti anche accettando e giustamente celebrando la propria grandezza, ognuno nel suo piccolo. Ed in questo inno al sé non c’è né arroganza né tanto meno presunzione. Se, come dice la bellona gonfiata di una pubblicità, tutto ruota intorno a te, allora Severi, o meglio il suo personaggio, l’ha presa alla lettera. Se tutto ruota intorno a me, pensa, tutti gli altri, le cose, le persone, sono inventate dalla mia mente per il mio sollazzo e ludibrio. La piece è un dialogo ad una voce sola tra l’autore e la fantomatica Signorina Giulia, in odore strindbergiano, in pratica una barbie, ragazza irrealmente bella di silicone e latex e gomma. Una sorta di Matrix, di autoproiezione dei propri desideri, ma anche delle proprie angosce e paure. Sogni e incubi. La vita che si manifesta all’esterno è la rappresentazione di quel vortice che si scatena all’interno della scatola cranica e del sistema nervoso. Gli altri sono solamente un cortocircuito, quindi, per questo, controllabili, cancellabili, se non con un click, con una strizzata delle pupille, oppure non considerandoli reali. Il punto nodale e focale è proprio questo: cosa è reale e cosa non lo è? Dando per assunto che anche i pensieri, in quanto pensati, possano essere messi alla stessa stregua della realtà. Tutto è finzione, potremmo risolvere, ma la finzione in quanto concepita, scritta, detta, parlata, individuata, certificata, decodificata, diventa a questo punto reale. Questione di lana caprina? Non credo. Dietro lo scherno e lo scherzo Severi lancia i suoi pensieri esistenziali, certo in forma autoironica, smorzando con sorrisi e battute come sua natura gli impone. L’infanzia, gli amori, l’adolescenza, la famiglia, il lavoro, i cinquant’anni che pesano. Le bordate bonarie alla Bibbia, sulle donne, per la categoria di cui fa parte, i giornalisti, per il sindaco Renzi o per lo chef Picchi. “Egocentrico” è una sorta di passaggio, di bilancio sulle ambizioni, quelle centrate e quelle disattese (Severi sarà sempre un insoddisfatto e per questo sempre in caccia, alla ricerca, in viaggio, curioso), le illusioni, le delusioni, la competitività, i trionfi forse non del tutto goduti per eccessiva timidezza, l’altra faccia dell’egocentrismo. Forse nessun premio, nessuna celebrazione pubblica o privata, nessun applauso può placare la voglia e voragine della ricerca di approvazione, di accettazione, d’ansia da prestazione. Il narcisismo qualcuno lo frega, qualcuno lo esalta. Ma qui si trova meno rancore, un testo più pacificato, più accogliente, sciolto, una riflessione aperta, una confessione risolta, certamente non risoluta né risolutiva. Ce ne ha ancora da raccontare (e da cantare stonando come un Elvis a fine carriera). E non chiamatelo più mezzobusto. Le frasi: “Una comunista quando ha un orgasmo non dice Oh Lenin, oh Marx, ma sussurra Oh mio Dio”. “Il taglio della lingua è un’esperienza che lascia senza parole”. “Dice il calvo: ho una diaspora per capello”. “La religione a scuola è una materia spirituale: un’antitesi in termini”.

Voto 8 

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