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  05/03/2024 - 06:37

 

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Teatro Sotterraneo
Dies Irae
5 episodi intorno alla fine della specie. Creazione collettiva Teatro Sotterraneo, in scena Sara Bonaventura, Iacopo Braca, Matteo Ceccarelli, Claudio Cirri, scrittura Daniele Villa, luci Roberto Cafaggini, costumi Lydia Sonderegger, graphic design, costumi Claudio Paganini
Sabato 12 dicembre 2009 al Teatro Villa dei Leoni di Mira (Venezia)

 




                     di Tommaso Chimenti


In apnea, Teatro Sotterraneo, 2005
Uno – Il corpo del condannato, Teatro Sotterraneo, 2006
Tilt, Teatro Sotterraneo e la regia di Jillian Keiley, 2006
Post It, Teatro Sotterraneo, 2007
La Cosa 1, Teatro Sotterraneo, 2007
Suite, Teatro Sotterraneo, 2008
Dies Irae, Teatro Sotterraneo, 2009


I Sotterraneo sono cresciuti, sono adulti, ormai, controllano l’ironia con le briglie dell’intelligenza (mai mancata), a volte sottile altre palese, la dispongono sul piatto a loro piacimento, sminuzzano la materia artistica nel ventaglio del palco per poi rintuzzarla, definirla, ricomporla, come in caleidoscopio dai colori accesi, un mosaico dalle tessere frastagliate che improvvisamente riemergono con un loro nuovo segno, un preciso taglio. Un lavoro più serio, impegnato, con una precisa collocazione, un nuovo “Post It” che apre e spalanca fresche aperture. Ed anche se si ride, e molto, i cinque passi sulla fine della specie sono sonori ceffoni, sono pillole di cianuro che esplodono senza far rumore, detonatori dei quali ti accorgi soltanto dopo la deflagrazione anche se ne hai studiato il meccanismo, anche se ti hanno concesso la grazia dell’esposizione, della comprensione del processo. E’ qui che il pubblico dei Sotterraneo si prostra, si acquieta, si concede, si affida completamente. Non c’è altra tenerezza se non la brutale presa di coscienza. E mentre in alto un count down, da brividi, da fine del mondo, indica il tempo mancante alla fine dello spettacolo, al suo fianco l’orologio puntualizza il tempo esterno. In contrapposizione, uno sale e l’altro scende: è la vita che porta con sé la morte, l’implosione. Sui cinque episodi che comporranno la sequenza definitiva (mancano ancora da riempire i 12 minuti restanti), a Drodesera ne vengono mostrati tre, il quarto ha avuto il suo parto per l’Opera Estate Festival di Bassano e la conclusione del progetto ha visto la luce il 14 e il 15 ottobre 2009 al Vie Festival di Modena.

Nella consueta atmosfera distaccata rispetto all’oggetto, i Sotterraneo ci fanno assistere a tutti i possibili ammazzamenti (ricorda l’escalation di modi per suicidarsi del loro primo “11/10 in apnea”) che l’uomo perpetra ai danni propri simili. Con tute e stivali e caschi bianchi i magnifici quattro paiono usciti da un libro di Asimov, da un film di fantascienza, da “Fahrenheit 451”, aerografo in mano come i Ghostbusters, spruzzano la vernice rosso sangue su teli candidi. Tutto è impregnato, imbrattato, splatter ma reale nelle grida soffocate mentre in audio “Alleluja” dovrebbe portare un segno di pace anacronistico: come non ricordare gli infedeli sgozzati in Medio Oriente, le fucilazioni nei campi di calcio, le torture ad ogni latitudine, la spettacolarizzazione televisiva degli omicidi in formato Porta a Porta, la pena di morte (tema già presente nel loro “Uno, il corpo del condannato”). Il gioco con la platea complice continua nella gag della radio con due dj che invitano ad inviare sms sul tema “Cosa sarebbe accaduto se”, o nella divertente esposizione del proprio punto di vista da parte di un Sotterraneo, nudo, mentre intorno si scatena la folle corsa (“La Cosa 1”) dei tre nello scattarsi foto con macchinette usa e getta, come in un fotoromanzo a simboleggiare la precarietà e l’impossibilità di qualsiasi azione. Come siamo piccoli, insulsi e finiti. Quanto ci prendiamo sul serio. Ma non siamo altro che uno sputo in mezzo alla nostra galassia. E il sistema solare non è altro che un insignificante microbo nell’economia dell’universo. Take it easy, sembrano volerci dire i Sotterraneo.

Voto 8 

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