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Pessoa. Since I've been me
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Pessoa. Since I've been me
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  19/05/2024 - 06:28

 

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Teatro dell’Esausto
La caduta
di Alessandro Raveggi con Tommaso Gabbrielli, Alessandro Raveggi, Iacopo Reggioli sonorizzazioni Vieri Bougleux
Al Teatro Studio di Scandicci l’8 Dicembre 2006 per ZOOM festival, immagine del nuovo teatro in Toscana e in Italia - anno zero

 




                     di Giovanni Ballerini


Zoom Festival, seconda edizione, 2007
Zoom Festival, prima edizione, 2006
Cristina Abati – Mangiare la luna, 2006
Teatro Sotterraneo, UNO – Il corpo del condannato , 2006
Daniele Timpano – Dux in scatola, 2006
Antonio Tagliarini, Titolo provvisorio: senza titolo, 2005
Teatro dell’Esausto – La caduta, 2006
Cosmesi – Mi spengo in assenza di mezzi, 2006
Bobo Rondelli e Andrea Cambi – Farsa, 2006


Che fatica fanno in scena Tommaso Gabbrielli e Alessandro Raveggi… Il loro confrontarsi con un nuovo testo, nato come azzeccato omaggio a Samuel Beckett , è un’appassionante battaglia teatrale, un ring delle arti sceniche in cui c’è spazio per il colore, per le invenzioni, per una drammaturgia controcorrente decisamente di qualità.

La caduta del Teatro dell’Esausto, presentato al Teatro Studio di Scandicci l’8 Dicembre 2006 per ZOOM festival (e finalista del premio Dante Cappelletti 2005) è un esempio di come le nuove generazioni teatrali possano fare (e bene) della tradizione in movimento. E’ il caso del Teatro dell’Esausto, che ha creato un moderno testo beckettiano, senza copiare Beckett, senza farsi trascinare dai luoghi comuni e dalla frenesia filologica.

Dove c’era idealmente il bianco e nero, c’è il colore. Non si tratta solo di un espediente scenico, ma di un paradigma che investe tutto il testo e la sua messa in scena. Un quadrato di erba sintetica, quattro metri per quattro, con una cassa amplificata frusciante in un angolo destro e un cassonetto nero di plastica sull’angolo sinistro. In questa sorta di ring senza recinzione ci sono due personaggi che si avviluppano in un polilogo paradossale con un pappagallo moribondo.

Il testo, come dicevamo, non da requie ai due protagonisti, che si appoggiano alle parole, ai gesti, ci scivolano sopra, come due mattatori consumati. Forza del nuovo, ma anche sana voglia di combattere fra loro e con le parole, come in un block party del Bronx o un dirty dozen senza rime e insulti, ma con un eloquio fluente. Il proto-rap di Tommaso e Alessandro non va avanti a slogan, ma ad astrazioni e trovate esistenziali. Anche se nessuno dei due, come in un signifying monkey che si rispetti, cede volentieri il fianco all’altro, il confronto è continuo, epico e spiazzante. Poco importa se vincerà il cinico o il poeta. Il testo incombe, come l’inerme pennuto multicolore che suo malgrado sta al centro della scena o viene sballottato, rimpallato con cura fisicamente e nei discorsi dei due in scena.

Non c’è nessun Godot da aspettare, eppure l’atmosfera di attesa, di sorpresa eternamente posticipata si configura pian piano. E quando non te l’aspetti arriva un arbitro, ai margini della scena. Alcuni tondi verdi, fino all’ora enigmatici, una volta rigirati si svelano di colore rosso, giallo, blu e verde e vengono distribuiti sul suolo attorno al pappagallo, eternamente inerte al centro del quadrato. Quasi come nel gioco Twister prodotto sul finire degli anni ’60 dalla MB, si cambia per un attimo gioco, ma non le posizioni. E l’alterco sembra non avere mai fine, come la ginnastica di elucubrazioni dei due, come l'ibridazione fra teatro concettuale e teatro di prosa che porta avanti con chiarezza in questo spettacolo il Teatro dell’Esausto. Risa trattenute, l’attenzione del pubblico vince sull’ilarità che poteva scatenarsi a commento delle componenti surreali della situazione. E quando sembra di essere in un vertigo senza fine ,dopo un ora serrata. il vortice teatrale si consuma in poche, scandite azioni istantanee : il pappagallo, a cui tante attenzioni erano state riservate vola nel bidone, come per confondere in un ultimo anelito spazzatura e oggetto d’arte e sottolineare in maniera inequivocabile ed elegante, lo sfinire dell'odierno spettacolo di massa.

Voto 8 

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