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  28/06/2022 - 13:44

 

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Bianciardi per Luconi
lo scrittore visto dal regista
la sua "arrabbiatura" riesce ancora ad emozionarci
il periodo dal '57 al '62, gli anni del "boom" attraverso la letteratura

 




                     di Massimo Luconi


Se si volesse ricostruire il periodo dal '57 al '62, gli anni del "boom" attraverso la letteratura, si scoprirebbe che Luciano Bianciardi (Grosseto 1922-Milano 1971) è uno dei pochi scrittori che ha saputo descrivere con lucidità, ironia e rabbia gli anni del miracolo economico e dell'"americanizzazione " della società italiana. Dal '57 al '62 Bianciardi scrive Il lavoro culturale, L'integrazione, e La vita agra, tre opere che costituiscono un'unica testimonianza, per lo più autobiografica, del processo di sradicamento dalle origini (la provincia del dopoguerra) e dell'integrazione del nuovo (Milano, l'industria culturale, il consumismo).

Fu breve, oltre che agra, la vita di Bianciardi, ma la sua opera ha lasciato un segno forte e la sua "arrabbiatura" riesce ancora ad emozionarci e a trasmettere una storia indimenticabile, nella quale tradusse quello che aveva nel cuore: il sogno di un uomo che, per vendicare quarantatré morti ammazzati da uno scoppio nella miniera di Ribolla (vicino Grosseto), si trasferisce dalla Maremma a Milano con intenzioni dinamitarde: far saltare la torre della società che gestiva la miniera. La storia, raccontata nella sua opera più famosa, La vita agra (da cui fu tratto un film con Tognazzi), è un fatto veramente accaduto a cui Bianciardi partecipò seguendo i feretri de i minatori morti (del resto aveva scritto nel '56 un eccezionale documento, I minatori della Maremma, firmandolo assieme al suo amico Cassola, anche lui negli anni cinquanta insegnante a Grosseto).

La sua fu la storia di una guerra privata contro Milano, una "solenne incazzatura" contro quella fregatura chiamata "miracolo economico". Fu il suo modo di tirare le somme di una vita passata a Milano con la Maremma nel cuore e la voglia di lasciarsi andare, vinto dall'alcol a soli 49 anni.

Siamo tutti debitori a Bianciardi della sua anarchica ironia e del suo sarcasmo: gli sono debitori molti uomini di spettacolo che lo hanno conosciuto e che da lui hanno, più o meno consciamente, tratto alcuni motivi: dalle prime storie stralunate di Jannacci (di cui fu veramente amico) fino all'intelligenza surreale di Paolo Rossi, per finire agli ultimi comici toscani e ai loro "bozzetti" d'ambiente non molto distanti dalla provincia descritta da Bianciardi.

Dopo aver contaminato Malaparte con le inflessioni musicali dei Litfiba ed essermi occupato di Campana, il lavoro su Bianciardi conclude un'ideale trilogia di "maledetti toscani" in un percorso di "lingua dotta e carognona", di fughe impossibili e laceranti ritorni alle origini. Questo spettacolo si delinea come un lungo viaggio dalla Maremma a Milano (o di ritorno da Milano a Grosseto) attraverso l'opera di Bianciardi: i tic esilaranti della vita culturale della provincia del dopoguerra, lo shock della grande città, dei suoi rumori (il traffico, la nebbia, il ticchettio dei tacchi delle efficienti segretarie milanesi con le gambe secche e il sedere piatto) la rabbia impotente di chi ottiene il successo (editoriale, economico e mondano), ma vorrebbe, come il protagonista della Vita Agra, veramente far saltare il palazzo della maggior industria chimica italiana

Voto 8 

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