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Misfit like a clown
Liberamente ispirato a Opinioni di un clown di Heinrich Böll
Testo e regia Linda Dalisi. Con Daniele Fior, suono Franco Visioli, disegno luci Simone De Angelis, scene e costumi Graziella Pepe, assistente alla regia Francesca Giolivo
Visto al Vie scena contemporanea festival 2010 di Modena
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"La sera quando mi sciolgo il trucco, scopro che sono un pagliaccio anche sotto" (Il pagliaccio Cesare Cremonini).
Se la realtà che hai intorno non ti piace, non ti si confà, non ti aggrada, si può scomparire, si può fuggire, si può morire. Oppure diventare
qualcun altro, qualcuno che faccia ridere forse senza neanche volerlo fino in fondo. Qualcuno di talmente triste da risultare ridicolo, qualcuno che quando è serio non è preso in considerazione, qualcuno etichettato come
un po’ strano, un po’ strambo, di cui non fidarsi ma nemmeno più di tanto che poi, alla fine, è innocuo, non ci può far male, non ci può scalfire nelle nostre convinzioni. Se attorno hai la
guerra, lo schifo, la distruzione, la morte e l’indifferenza cosa è meglio di una maschera da clown nel bel mezzo della decadente
borghesia di partito che tira in aria i suoi ultimi fuochi artificio, scoppia
le rimaste micce corte atteggiandosi. Un clown, Daniele Fior faccia da Jude Law, eclettico, poliedrico
one man show catalizzante, un pagliaccio, può dire tutto, è
sopportato, è accettato, proprio perché è un emarginato
dal potere. A chi importano, in fondo, le Opinioni di un clown?
E’ merce volatile, incongrua, il più delle volte incoerente.
E’ malvisto ma in definitiva sostenuto nella sua diversità,
proprio perché così permette ai tanti perbenisti e benpensanti di
considerarsi nella norma, nella media, senza niente da eccepire. Va in scena in
continuazione, provando monologhi che nessuno ascolterà, rispondendo ad
un mega telefono dagli infiniti fili, dalle innumerevoli terminazioni con le
persone che vorrebbe sentire, attorcigliandosi, confondendosi. Se la vita
è un gioco allora cosa c’è di meglio se non tirare un dado
gigantesco che schiaccia tutto, opprime e soffoca? Un numero alla lotteria,
alla roulette che cambi le carte in tavola e ribalti la situazione. Ma la Fortuna, come del resto
Dio, sono roba da atei, dice, bisogna poterselo permettere di poter parlare di
cose così alte. E’ un condannato alla vita. Un dado che diventa
cubo e sgabello e panchina e palchetto da Hyde Park, tanto non
c’è nessun pubblico, tanto gira e ruota tutto nella sua testa,
tanto la clac non può portarla perché
non può rincuorarla, tanto è solo davanti ad uno specchio opaco di
un camerino stantio di un teatro vuoto e chiuso. Il dado tenuto sulle spalle
come Atlante fa con il mondo. Ed è rovinosamente stancante, è
snervante, sfibrante, logorante. Un gioco dopato e drogato dove la
“maschera mi sta stretta e io non posso uscirne”. Ma lui non
è un attore, precisa, è un clown. Differenza abissale.
L’attore diventa di volta in volta qualcuno, il clown rimane se stesso e
vede il suo tempo che scorre da un punto di vista colorato, ridicolo, cinico,
sottovalutandolo, prendendolo poco sul serio. Una è un’abitudine,
l’altra un’attitudine. L’aria è da impotenza,
l’atmosfera da catastrofe imminente.
Voto
7 +
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