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  22/10/2017 - 17:42

 

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Dal vinile all’I Pod
Il cangiante futuro del supporto musicale
Dai capolavori di pop art firmati Warhol agli anonimi (comodi) impulsi digitali
Il solido, pesante vinile nero contro la natura effimera di sfuggevoli impulsi elettrici

 




                     di Naima Morelli


Oggi parliamo di caduti. Parliamo di vittime di guerra. Parliamo degli innocenti sacrificati nella corsa al progresso.

Perché in campo musicale è si la musica vera e propria ad essere protagonista, ma la poesia che la circonda, quella che ne alimenta il mito, di qualunque genere musicale parliamo, è fatta anche di gibson e fender, di pantaloni di pelle, di video, di MTV, di manifesti dei concerti, di fan, di radio e nondimeno di copertine e supporto.

No, non si tratta di una rievocazione elegiaca degli antichi fasti del vinile; chi scrive è figlia dell’era dei cd, gli lp per lei sono perlopiù un vago ricordo d’infanzia.

Eppure qualcosa è successo, in un passato non troppo lontano; agli inizi degli anni ’50 era sempre rotondo, ma era nero, il disco di vinile. Era lucido come una chioma setosa indiana, con quei solchi che diventano presto microsolchi per rallentare la velocità e trasformare un 78 giri in un 33 giri, ottenendo così un long playing, tre quarti d’ora di musica.

Ma il progresso faceva passi da gigante, e presto si arrivò ai primi tentativi di stereofonia: due casse e la possibilità di localizzare gli strumenti a destra o a sinistra per creare una prospettiva sonora più stimolante all’ascolto.

Alzarsi per andare a cambiare facciata del disco, ripartito in lato a in lato b, era sicuramente una gran seccatura, ma i nostalgici ci troveranno sicuramente qualcosa di rituale e mitico anche in questo. Parliamo oltretutto di un supporto piuttosto fragile, che necessita di manutenzione, accortezza e pulizia, per non parlare della puntina che lo leggeva, delicatissima.

La qualità del suono in compenso è quasi sempre ottima, proprio per questo negli anni ’80, quando le donne in fuseaux colorati si affaccendavano a riprodurre gli esercizi ginnici di Jane Fonda o ballare secondo le ultime mode cine-televisive, l’arrivo dell’allora scadente formato digitale non le convinse del tutto. Per la precisione per le musiche di sottofondo ai loro balletti queste ragazze si avvalevano quasi sempre di cassette, altro oggetto di odierno culto che però ha avuto vita leggermente più lunga dell’lp.

In questo caso c’è da ricordare un dialogo di “Grindhouse Death Proof” di Tarantino, dove una ragazza rivela alle amiche che lo spasimante gli ha regalato una cassetta. Loro: “Wow! Davvero ti ha fatto una cassetta? Non un cd! Una cassetta! Che romantico!” . In effetti immaginare un innamorato pazientemente alle prese con il registratore è molto più commovente di un ragazzo che si spiccia in un quattro e quattrotto al computer con la nuova versione di Nero Burning Rom.
Fidanzate o amici, ai tempi non era possibile scambiarsi copie di lp o creare velocemente compilation. L’unica alternativa era fare una cassetta; mettere l’lp sul piatto, registrare, fermare, cambiare disco, fermare e così via. Poi si scrivevano i nomi dei pezzi a penna nella custodia trasparente, anche lì lato a e lato b, si metteva un titolo sul dorso e si regalava al compagno di schitarrate. Anche in questo caso l’audio era piuttosto riprovevole, influenzato da suoni ambientali spesso, ma il tutto aveva la sua carica emotiva, come abbiamo visto, e in ogni caso l’ufficialità era comunque rappresentata dal vinile.

E così dopo anni passati a mettere lp sul piatto, registrare, fermare, cambiare lp, ora arrivava questo nuovo ritrovato della tecnologia, questo compact disc, con tutti i suoi vantaggi e svantaggi dati dalla dimensione: occupa meno spazio ma che fine hanno fatto le grandi e spaziose copertine? Quei capolavori di Pop Art firmati Warhol (basti pensare a un paio di copertine che il vecchio Andy realizzò per i Rolling Stones o la celeberrima banana per i Velvet Underground), l’eterna mongolfiera in bianco e nero sulla copertina dei Led Zeppelin ma anche semplicemente l’immagine del musicista chiara e incisiva, una sorta bigliettone da visita che lasciato lì sul tavolo era persino indicativo della personalità del padrone di casa, mentre i Cd sparpagliati adesso fanno solo disordine. Si copiano con facilità, i compact disc, a parte etichette particolarmente paranoiche che tempo fa inserivano meccanismi per impedirne la duplicazione, però sono in pochi quelli che si preoccupano di riprodurre con la meticolosità di un cinese tutto il prodotto. Spesso è un cd di quelli argentati con una scritta a pennarello sopra in una bustina di plastica.

E’ il progresso, e non c’è più posto per l’immagine grande e la scritta cubitale. La copertina oramai è solo un simboletto rappresentativo.

Tra poco, si dice, non ci sarà nemmeno più spazio per quella misera immagine, visto che le etichette preferiscono vendere il disco pezzo per pezzo su internet, in alcuni casi consentendo anche una piccola anteprima della canzone. Probabilmente non sarà questo a scoraggiare chi scarica la musica in modo illegale (avversato giustamente dalla F.P.M. Federazione contro la pirateria musicale), ovvero gran parte della popolazione giovanile. Comunque la si pensi in proposito, è normale per un ragazzo di oggi, che ama la musica, cercare di procurarsene il più possibile col minor dispendio economico. I Cd costano troppo, l’intera paghetta di una settimana, scaricare canzone per canzone a un euro su internet implica un accesso alla carta di credito che non è esattamente immediato per molti ragazzi, e comunque comporterebbe eventualmente il trasferimento dei brani su un cd vero e proprio. A questo punto molti decidono che non ne vale la pena, specialmente in questo periodo di transizione che vede l’I pod nuovo supporto.

E’ indubbiamente comodo: lo si può portare ovunque e aggiornare con facilità, operare persino la selezione di playlist con i propri prezzi prediletti. Purtroppo non ha capienza infinita, quindi viene usato più come lettore che come deposito (quello spesso è il computer o ancora una volta i cd) e, a meno che non si proceda all’acquisto di casse apposite, lo si può sentire solo dalle cuffiette.

A questo punto è interessante notare come il supporto ha man mano influenzato i musicisti nella realizzazione delle loro opere: quando avevano massimo tre quarti d’ora a disposizione non avevano scelta: o facevano un numero di pezzi esiguo che potesse rientrare nel tempo o facevano un doppio, aumentando il numero dei brani previsti.

Il Cd, molto più spazioso, al contrario ha costretto molti artisti a inserire delle tracce che in fin dei conti si sono rivelate dei veri e propri “riempitivi”.

Con la musica su internet si è ovviato a questo problema: band come The Styles agiscono secondo questo processo: scrivono la canzone, la registrano, la vendono on line.

Il loro Cd è uscito nei negozi da poco, ma i pezzi erano già in vendita su internet singolarmente, secondo gli intenti della band che non si voleva sentire vincolata a registrare le classiche 12-16 tracce inserendo magari anche roba superflua.
Interessante notare la tendenza di molti artisti che decidono di svincolarsi proprio grazie alla rete dal giogo delle major discografiche, permettendo di scaricare gratis le proprie canzoni oppure contando su una donazione spontanea dei fan e guadagnando esclusivamente sui live.

Il progresso insomma continua la sua corsa ma i cultori del vinile esistono ancora: sparsi in Italia esistono ancora negozietti di vintage, prosperano le fiere del disco raro e da collezione, senza dimenticare che grandi librerie come la Feltrinelli di Napoli hanno spesso una piccola sezione dedicata agli lp. Giradischi moderni a cercarli si trovano, le puntine molto di meno e a prezzi esorbitanti. Ogni tanto qualcuno predice il ritorno del vinile, e più di un musicista ha fatto uscire la sua ultima fatica proprio in questo formato.
Solido, pesante vinile nero contro la natura effimera di sfuggevoli impulsi elettrici.

Voto 7 + 

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