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  20/10/2017 - 12:38

 

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Scanner - cinema
 


Ivan Zuccon
Scanner intervista il regista
La settima arte si tinge di horror

 




                     di Matteo Merli


Ivan Zuccon: Alla scoperta di un regista
Ivan Zuccon: intervista 2005 di Scanner
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Come intendi il cinema e come sei arrivato a realizzare questo sogno?

Ci sono due aspetti. Il primo: vedo il cinema come immagini in movimento, quasi come se il film ossa funzionare anche senza il sonoro, perché innanzitutto è una esperienza visiva. Quando penso a un film, realizzo mentalmente le fasi in movimento e non i dialoghi; non a caso sul set all’inizio delle riprese si parte con la parola Azione. Mi piacciono molto i registi che vanno in questa direzione, prima di tutti Hitchcock e poi Mario Bava, perché i suoi film sono visivamente unici e oltre a essere un artigiano, come lo sono io, e capace di inventare con poco un effetto visivo strabiliante, dove la storia a volte passa in secondo piano e l’immagine prende il sopravvento. Per rispondere alla seconda domani, tu mi chiedevi come sono arrivato a fare cinema, pensa che non lo so nemmeno io, perché da bambino io non riuscivo a vedere i film del horror e se mi capitava di vederne uno mi suggestionavano a tal punto da non farmi dormire di notte. Questi film, con queste immagini forti alla fine hanno stimolato tante fantasie, che mi sono rimaste dentro e i meccanismi della paura penso di conoscerli bene, proprio perché li ho sperimentati in prima persona nella mia adolescenza. Mia madre, che era una grande appassionata di Poe, mi fece vedere in tv una versione di un suo racconto, penso La tomba di Ligeia con la regia di Roger Corman e la prima immagine mi sembrava raccapricciante, spaventandomi a morte. Nella mia prima parte della adolescenza il mostruoso era per me un tabù, poi dopo ho iniziato ad appassionarmi al cinema dell’orrore di riflesso, attraverso i fumetti come Dylan Dog e la letteratura. Da qui ho messo alla prova la mia forza di volontà, violentandomi visivamente ho iniziato a vedere pellicole horror fino a sette film in un giorno: Carpenter, Wes Craven, Raimi, Romero, e da lì è iniziato un grande amore, soprattutto per Carpenter e Raimi, che tutt’ora considero due grande regista di genere. Fuga da New York di Carpenter è stato fondamentale per me, visto che avevo deciso di diventare regista già a quella tenera età; infatti avevo scritto un canovaccio su un western di fantascienza, un altro dei miei grandi sogni, come per Carpenter, grande appassionato del genere, che insieme a Bava, Raimi, Cronenberg e Lynch, sono i miei magici cinque registi.

Il tuo rapporto con H.P.Lovecraft e come è confluito nel tuo immaginario?

Lovecraft ha influito molto con il tempo, soprattutto più mi avvicinano alla conoscenza del personaggio, maggiore è stato il suo apporto indiretto. Più che altro è lo scrittore Lovecraft che mi affascina, perché sento delle affinità con lui; spesso nelle sue lettere esprime il suo disagio verso questo mondo, sentendosi un diverso e identificandosi con le sue creature, come lui tendo spesso ad escludermi. Paradossalmente mi piace fare film e desidero che le mie opere abbiamo una maggiore visibilità, ma per il resto io rimango in secondo piano e per questo rifiuto anche dei lavori di direttore della fotografia per la televisione, che sono opportunità lavorative importanti, ma mi trovo solo a mio agio quando realizzo i miei film, creando il mio microcosmo, dove io ho il controllo assoluto. Il mio unico desiderio è fare pellicole horror, dovunque ci sia la possibilità, ma se devo eseguire un lavoro su commissione il cui unico interesse è economico, non mi interessa, questo lo ritengo un approccio Lovecraftiano e non so se è una forma di insicurezza o timidezza. Passando a Lovecraft, ho iniziato a leggere i suoi racconti in gioventù e all’inizio non mi sembravano molto appetibili, perché la scrittura è contorta, infusa di una atmosfera particolare e lo lasciato perdere per appassionarmi a Edgar Allan Poe. Lovecraft è arrivato dopo in età adulta, quando stavo per scrivere la sceneggiatura del mio primo cortometraggio, L’Altrove, che rappresentava un progetto più evoluto rispetto ai miei corti giovanili, successivo alla mia collaborazione con la Duea Film, dove avevo conosciuto Cesare Bastelli , direttore della fotografia di Pupi Avati, che mi aveva completato tecnicamente. Il problema principale era la stesura della sceneggiatura:  una storia di guerra con qualche spunto soprannaturale, leggendo qualche pagina dei racconti di Lovecraft senza un motivo apparente, decisi di inserire un solo elemento del Necronomicon e poi successivamente utilizzai vari frammenti da altri racconti dell’autore. Da lì in poi mi sono letto tutte le opere di Lovecraft e anche le lettere, proprio per soddisfare la voglia di conoscere completamente questo scrittore, arrivando a fare il mio vero primo lungometraggio, la Casa Sfuggita, basato interamente su tre racconti di Lovecraft che confluiscono in unica storia.

Come riesci a produrre i tuoi film.

Innanzitutto con grande coraggio, visto che i miei primi film sono stati finanziati da me, che sono dei gesti audaci da un punto di vista economico, perché io non dispongo di ingenti somme di denaro, ma lavorando molto come montatore quello che guadagno lo reinvesto nei miei film. L’approccio è un autoproduzione senza improvvisazione, la mia intenzione è di fare un prodotto di qualità per immetterlo sul mercato, se non per guadagnare in termini economici, almeno per coprire le spese e ottenere un ritorno d’immagine. In questa fase della mia carriera, quello che e più importante è la promozione del mio lavoro, anche se qualche volta è difficile da spiegare a qualche mio collaboratore, che si soffermano di più all’aspetto economico, che comprendo, ma è difficile investire molto e pretende di ricavarne subito i frutti desiderati. Fino adesso dall’estero ho ricevuto molte soddisfazione, mentre faccio fatica in Italia, perché da noi il mercato è molto rigido, mentre fuori da nostri confini,  un po’ per gioco e per puro caso è nato un business intorno ai miei film, se non per me, per i  miei distributori, che secondo il mio parere stanno facendo dei soldi e per adesso pago lo scotto di farmi sfruttare, visto che i miei film stanno girando per tutto il mondo. La Casa Sfuggita è distribuito in tredici paesi nel mondo e sono tanti, lo trovi sia in Giappone, Canada, Inghilterra, tranne che in Italia, anche se le cose stanno cambiano. In futuro c’è la possibilità che la Casa Sfuggita esca in DVD in Italia quest’anno con la P.F.A. Films, insieme a Beyond Re-animator prodotto da Brian Yuzna per la Filmax, che è un film ispirato a Lovecraft, ma è ancora presto per parlarne. Il meccanismo produttivo è molto semplice: innanzitutto bisogna fare il film, che è uno sforzo pazzesco, sia fisico che economico, perché cerco di centralizzare tutto su di me le funzioni principali, come la direzione degli attori, la fotografia e il montaggio. Poi gli altri compiti li delego, costituendo una troupe di ottimi collaboratori che vengono regolarmente pagati con una somma piccola ma onesta, per poi ottenere una qualità soddisfacente per commercializzare il film. Trovare la distribuzione è un lavoro duro: primo passo si contatto i distributori e pian piano sono arrivato a contattare persone importanti del mercato internazionali: conosco bene Fangoria diretta da Tony Timpone , rivista che ha sempre sostenuto il mio lavoro e apprezzato le mie opere, dove si è parlato molto di una eventuale uscita distributiva, ovviamente non si è avviato niente, ma è il problema della distribuzione, perché sembra che da un momento all’altro si sblocchi qualcosa e poi si arriva a un nulla di fatto, comunque ti aiutano a costruire una rete di contatti indispensabili. Internet agevola molto questo tipo di comunicazione e penso che in altri periodi sarebbe stato più difficile, mentre adesso si può arrivare a tutti e fare una promozione ad ampio raggio. Alla fine sono riuscito a trovare dei distributori più o meno piccoli, alcuni onesti altri disonesti, con altri sono in rotta per via legali, però i film sono usciti.

Quanto è per te importante il digitale e come descrivi la tua passione per il montaggio.

Il digitale rappresenta un grande vantaggio tecnico perché consente di lavorare a basso costo, con la possibilità di vedere immediatamente le proprie immagini, mentre la pellicola ha oltre il costo alcuni limiti tecnici per quanto riguarda la velocità d’utilizzo. Tengo precisare che non filmo in minidv, ma tutti i miei lavori sono girati in digital betacam, un formato di qualità molto alto, sempre nel campo di standard definition e non in HD ( alta definizione ), perché per adesso non me lo posso permettere. A mio parere il minidv non garantisce qualità sufficiente per potere fare un film fruibile a livello domestico, per vedere bene bisogna girare in digital betacam o formati analoghi,  tipo DVCpro 50. Ritengo che qualsiasi storia se ben raccontata, risultata bella sia in pellicola che in digitale,  il formato è un mezzo che tu utilizzi come espressione e alla fine è il contenuto che conta. Chiaramente con l’espansione del minidv, ha incentivato molti giovani appassionati cinefili a  fare un film e alcuni sono riusciti a finirli e a commercializzarli, ma questo non vuol dire che ci troviamo di fronte a prodotti di qualità. Da qui il boom di film scadenti che stanno saturando il mercato del b-movie, o del cinema splatter  non paragonabili al cinema digitale. Questo sta mettendo in difficoltà chi promuove il proprio lavoro, perché si tende a questa associazione mentale, che il cinema digitale e amatoriale siano la stessa cosa, invece non è così, perché fare cinema vuol dire avere piena conoscenza dei meccanismi realizzativi. La mia più grande aspirazione è fare un film in pellicola e io non sono un sostenitore del cinema digitale, ma lo uso come mezzo per ottenere una qualità video buona, visto che per il momento fatico a trovare finanziamenti ingenti per fare un film in 35 mm<. Secondo me il cinema è pellicola, ma non disdegno il digitale. Passando al montaggio, un grande regista del passato lo ha definito una seconda regia. Mi sono avvicinato a questo mestiere già da bambino, quando sognavo di fare il muratore e questo vuol dire prendere tanti mattoni in fila uno dietro l’altro e da qui è nato l’amore per questo mestiere, dal fascino di costruire qualcosa da zero. Il montaggio è: costruzione, stabilità, ritmo e io dedico molto tempo al montaggio video oltre a quello audio, che mi piace molto; infatti ho fatto parecchi lavori di sonorizzazione: ho costruito interamente la colonna sonora di alcuni miei lavori, questo è un aspetto importante oltre l’immagine. Io ho iniziato come operatore,  giravo videoclip e  li montavo, poi ho messo su un piccolo studio di montaggio è ho conosciuto Cesare Bastelli, che mi ha introdotto in questo settore e adesso lavoro per la Duea Film. Il bello di questo mestiere è che ti arriva una montagna di girato, come se fosse una creatura informe e gli devi dare un volto, stimolando la tua creatività.

La passione per la musica come si crea nei tuoi interventi sulle colonne sonore delle tue opere?

Non di tutti i miei film ho composto le musiche. Io ho suonato in gruppo rock progressivo per tanti anni  e questa esperienza ha influenzato il mio modo di intervenire nei miei film, ma non mi considero un musicista ne un esperto, però ritengo che questo percorso mi ha favorito un approccio musicale al film e in questo senso Carpenter è inarrivabile. Nell’ultima pellicola, ho deciso che l’unico che poteva sapere esattamente che tipo di musica ci voleva ero io , ma non per presunzione, perché come autore del film e di musica rock in passato, ritengo di sentire qual è l’atmosfera giusta. Inoltre, non avevo le risorse economiche per poter contattare un musicista esperto e commissionargli le musiche, ho deciso di cimentarmi in questa impresa. Avevo già realizzato in passato la colonna sonora di un mio film, L’Altrove, con risultati sufficienti, invece nella Casa Sfuggita sono molto soddisfatto delle musiche che riecheggiano quelle di Carpenter, nella sua struttura essenziale.

Come vedi questa rinascita del cinema horror anche in chiave digitale?

Il digitale potrà aiutare la rinascita del horror? Io questo non lo so, chiaramente aiuta a fare debuttare nuovi giovani registi che hanno pochi soldi e cercano di fare un buon film e io mi identifico in questi. Si dice che la rinascita del cinema horror è in atto, ma io no lo so, vedo solo dei grandi horror asiatici che appartengono ad una cinematografia che stiamo scoprendo solo adesso. Chiaramente ci sono le grosse major americane, pronte a seguire la corrente, producendo horror come The Grudge, The Ring, Non aprite quella porta, i soliti remake e non so se considerarla una rinascita, è certo che c’è un grande fermento che fa bene al genere. Chiaramente se le major vanno in questa direzione, possono solo aumentare gli appassionati del horror,  quindi aumenta il pubblico per i film piccoli, tra i quali ci sono i miei. Come vedi, l’interesse per il genere arriva dalle grandi case produttrici e non dal cinema indipendente. Io dico per concludere che l’horror non è mai morto, forse è maturato un nuovo interesse da parte del pubblico. Speriamo che questo entusiasmo d’oltreoceano trascina anche la cinematografia italiana, ma ne dubito fortemente.

Voto 9 

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