Presentazione Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica 2009
Prima puntata del reportage di Scanner sulla Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica 2009
Seconda puntata del reportage di Scanner sulla Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica 2009
Terza puntata del reportage di Scanner sulla Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica 2009
Bilancio di Scanner sulla Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica 2009
Sbarcare quest’anno al Lido e come
trovarsi di fronte a un cantiere in divenire, non solo nella veste strutturale
in mutamento, ma attraverso i percorsi per il pubblico e gli accreditati
per accedere alle sale, che pare essere un labirinto. Invaso dal rosso fuoco
della biennale. A
parte i problemi logistici, che questa volta si sono fatti sentire più del
solito, con bar chiusi e zone in fase di allestimento soprattutto nel primo
giorno, il festival ha preso il suo via con Baarìa di Giuseppe Tornatore, molto acclamato dalle
istituzioni governative, per cui sono state utilizzate parole piene di enfasi,
che non rispecchiano un film generosamente magniloquente, ma
tronfio e pomposo nella sua epicità di luogo, sprecato da effetti divistici di
un cinema che tende a gonfiare di movimenti di macchine e invenzioni grottesche
al punto di allontanare lo spettatore dalle dinamiche della storia,
concludendosi con una operazione di stucchevole prestigio solamente mediatico.
Il concorso ha visto anche The
road del regista John Hillcoat,
che si cala in un mondo post-apocalittico, dove un padre cerca di portare in
salvo suo figlio, lontano dalla violenza e dalla paura della disperazione.
Tratto dall’omonimo romanzo di McCarthy, la pellicola di Hillcoat
funziona a metà con la difficile impresa di interpretare un testo difficile da
rappresentare, che si segnala per alcuni momenti riusciti, accompagnato da una
buona introspezione dei personaggi, ma non si allontana molto da una sensazione
visiva di già visto. Altro gradito ritorno è Life during wartime di Todd Solondz,
capace di riportarci al dopo Happiness, con la storia
dei personaggi del precedente film che trovano una nuova veste nel rinnovamento
del cast, sprigionando una identica carica cinica nel
far affiorare i turbamenti della provincia americana, con la corrosiva comicità
dei tempi migliori. Mentre Lourdes
di Jessica Hausner al suo secondo film,
costruisce una sagace commedia umana intorno alla mercificazione in nome della
santità miracolosa a Lourdes. Tra paraplegici, volontari e
pettegole si mette in scena un mondo bieco di approfittatori e
sfruttatori in nome di un finta osservanza alla salvezza spirituale, che si
chiude con un finale di tagliente lucidità. Nel fuori concorso, si è visto Rec 2 della coppia Balaguerò e Plaza, seguito della precedente
pellicola, affondano nel sangue di una maledizione demoniaca con ludica
consapevolezza, e si guarda piacevolmente, senza particolare sobbalzi. Davvero
sorprendente invece
Valhalla Rising di Nicolas Winding Refn, sulle vicende
di un lottatore muto che si trova catapultato dalle montagne scozzesi in un
viaggio verso la terra santa con un manipolo di crociati, costruito con un
montaggio sospeso, tra immagine e suono, seducendo per il suo magnetismo
scenico nel rilevare una violenza fisica che è sintomo inevitabile nella sua
riproducibilità temporale. Ritornando al concorso, il film Prince of tears di Yonfan, è un convenzionale melodramma storico, più
interessante per i rimandi alla storia di Taiwan nel periodo del contrasto
cinese, più che per le evoluzioni dei personaggi narrativi. Delusione anche per
Tetsuo the
bullet man di Shinya Tsukamoto,
ingabbiato in una riedizione del suo personaggio Tetsuo
che la reso celebre nei suoi due film precedenti, che
evidenzia l’incapacità del regista giapponese di svincolarsi da un immaginario
ripetitivo e trito di ovvi simbolismi. Sorprende invece Werner
Herzog, con Bad
Lieutenant: Porto of call
New Orleans, lontano dal riprodurre un remake del
film di Ferrara, ma anzi si getta a capofitto in una progettualità meta-cinematografica
nello scardinare i dettami classici del noir in cui è rilegata la storia, per
dare vita ad un film parossistico, divertente che guarda argutamente nello
spettro prospettico di una follia umana oramai palpabile. Ancora Herzog anche
nel film a sorpresa, che clamorosamente piazza due film in concorso, cosa mai
successa in nessun festival in questi anni, con My
son, my son, what have ye done?. Questa volta il regista tedesco, sorretto dalla
produzione di David Lynch, si prende a cuore le gesta di Brad Macallam, che dopo aver ucciso la madre, si barrica in
casa. La sua fidanzata e l’amico regista teatrale,
racconteranno alla polizia alcuni passaggi della sua vita. Storia
di un ennesimo sognatore reietto, risucchiato dalla depressione, messo a nudo
in un percorso di distacco sociale consapevolmente lucido nel rilevare
attorno a lui una realtà confusa. Convenzionalmente ibrido, ma insito in un
percorso herzoghiano nell’indagare l’occidente,
attraverso i canoni tipici del genere americano. Grande sorpresa nel concorso
con Accident di Soi Cheang, prodotto dalla Milkway
di Johnnie To, costruito
attorno ad un nucleo di persone dedite a mettere in scena degli omicidi come
incidenti, per eliminare persone sotto pagamento. Ma
un improvviso incidente in una delle loro operazioni, metterà in crisi la mente
del gruppo, deciso a trovare il colpevole. L’ossessione del protagonista,
lo metterà in uno stato confusionale, incapace di leggere i dati di fatto, ma
rinchiuso mentalmente nel ricordo della sua amata morta in uno scontro d’auto.
Noir esistenziale sostenuto da una sceneggiatura calibrata, ottimamente
fotografata che affascina dall’inizio alla fine. In questi pochi giorni di
festival, abbiamo notato un concorso internazionale di buon livello, con poche
pellicole di scarso valore. Anche se non c’è resa di
stampa e pubblico, possiamo dire a questo punto della mostra, che ha messo in
atto un programma ibridato tra i generi e capace di sorprendere con titoli
inaspettati e autori ritrovati. Altre sorprese arriveranno prossimamente, con
gli altri film italiani e la pattuglia americana.
Voto
8