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Biennale Cinema 66
Un finale di festival con delusioni e sorprese inaspettate

 


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  15/06/2026 - 11:30

 

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Biennale Cinema 66
Un finale di festival con delusioni e sorprese inaspettate
Terza puntata del reportage di Scanner sulla Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica 2009
Al Lido di Venezia dal 2 al 12 settembre 2009

 




                     di Matteo Merli


Presentazione Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica 2009
Prima puntata del reportage di Scanner sulla Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica 2009
Seconda puntata del reportage di Scanner sulla Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica 2009
Terza puntata del reportage di Scanner sulla Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica 2009
Bilancio di Scanner sulla Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica 2009


A pochi giorni che ci portano verso la serata di gala ufficiale con l’assegnazione dei principali premi, abbiamo vissuto alcune delusioni scottanti e scoperto alcune inaspettate pellicole. Tra i rammarichi più grandi e vedere il nuovo film di George A. Romero, Survival of the dead, che racconta i rapporti tra gli umani e gli zombi e come questa convivenza sia come sempre la dimostrazione dell’egoismo e correzione delle persone in carne ed ossa, incapaci digestire l’invasione dei non morti. Questa volta il regista americano è poco convincente nella sua messa in scena, aleggerita da toni scanzonati e con poco mordente, che non fanno altro che affondare l’opera in un aurea mediocrità espressiva. Non di meno, Women without men della video artista iraniana Shrin Neshat ambienta il suo film nel Iran del 1953, dove sullo sfondo tumultuoso del colpo di stato, tramato dalla CIA, i destini di quattro donne convergono in un bellissimo giardino dove troveranno indipendenza, conforto e amicizia. L’idea di regia e palesemente piatta, condita da alcuni buoni momenti visivi, ma non si esce dal grigiore retorico della condizione femminile iraniana. Al mosfer dell’egiziano Ahmed Maher, da vita ad una mega produzione che ha reso orgoglioso il suo paese; che narra i tre giorni nella vita di un uomo, attraverso diversi periodi storici, che lo portano a formare una esperienza umana, che è allo stesso tempo ricerca d’identità. Contorta diramazione degli eventi, che non fanno che appesantire il corso degli avvenimenti, allontanando empaticamente lo spettatore alla visione. Altro passo falso è firmato da Michele Placido con il suo Il grande sogno, deciso a confrontarsi con le nebbie delle contestazioni del sessantotto, ma che soccombe ai manicheismi d’obbligo del tratteggiare i personaggi principali, in una sorta di declamazione televisiva nell’esporre i sentimenti e le passioni, di un periodo cosi difficile da trasporre al cinema. Tra le note positive c’è inveve l’esordio dietro la macchina da presa di Giuseppe Capotondi con La doppia ora. Sonia viene da Lubiana e fa la cameriera in un hotel. Guido è un ex poliziotto e lavora come custode in una villa fuori città. Si incontrano per caso in uno speed date. Lui è un cliente fisso; mentre per lei è una cosa nuova. Tra di loro scocca una scintilla e man mano che va avanti la loro storia, iniziano a svelare le loro ferita. All’improvviso Guido muore e Sonia non sa come affrontare questo lutto. Con uno stile raffinato e composito Capotondi, cerca di modulare un discorso di genere fuori dal solito contesto sciatto italiano. A parte alcuni buchi nello svolgimento della storia, un maggior coraggio nello sviluppo finale avrebbe sicuramente giovato di una conferma più convincente dell’insieme: sicuramente un regista da tenere d’occhio per il futuro. Il secondo film a sorpresa del concorso, Lola, introduce alla Mostra il nome scomodo del regista filippino Brillante Mendoza. Al centro dell’opera c’è la vecchiaia e i destini incrociati di due anziane donne: Lola Sepa e Lola Puring. Lola Sepa ha appena perso il nipote, ucciso nel corso di una rapina, e vaga per la città in cerca dei soldi per la sepoltura. Lola Puring è la nonna del ragazzo sospettato del crimine. Anche lei si mette alla disperata ricerca del danaro per la scarcerazione del suo Mateo. Due donne anziane rassegnate dal peso degli anni, che si devono confrontarsi con questo dolore intimo, che non è altro un amore devoto e sofferente per i propri nipoti. Un respiro lirico avvolge questa ricerca, come monito di speranza e rilancio di se stessi in un commovente trasporto. Soul Kitchen di Fatih Akin vede al centro Zinos giovane proprietario del ristorante Soul Kitchen che sta attraversando un periodo sfortunato.Nel giro di poche sequenze si vede sfuggire il suo adorato locale, la fidanzata volata in Cina per sogni di carriera professionale e la salute, per via della schiena che di colpo gli si blocca con tanto di medico che parla di possibile paralisi se non si opera in poche ore. Ma proprio quando si tocca il fondo si inzia a risalire, e grazie a un fratello in semiliberta e un cuoco idealista, e altre due figure stravaganti la situazione volgerà al meglio. Commedia scanzonata, con inserti grotteschi e personaggi che rimangono nella memoria. Questo e niente di più, con una esile trama che farà la fortuna dei botteghini tedeschi e chissà… forse arriverà a Hollywood destinazione remake. Il ritorno di Jaco Van Dormel è con Mr Nobody, dove un bambino al binario di una stazione, riflette se deve salire con sua madre o restare con suo padre? Una moltitudine di vite possibile scaturiscono da questa scelta. Elementi fantascientifici esistenziali che affascinano con un apertura pieno di fascino, per poi avvilupparsi su se stesso, per il compiacimento eccessivo del regista e per la sua conseguente involuzione espressiva. Bella sorpresa invece A single man, che vede il debutto dell’ex-stilista Tom Ford alla regia. George Falconer, un professore inglese di 52 anni, che cerca di dare un senso alla propria vita dopo la morte del suo compagno Jim. George indugia nel passato e non riesce a immaginarsi un futuro, ma una serie di eventi e di incontri lo porteranno a fare una scelta. Regia accorta e salda nel condurre gli attori in questa dramma celato e potente allo stesso tempo, disegnando un quadro emotivo che non è saldo ad un concetto di adiversità, ma si estende all’universo come sentimento unversale e condivisibile da tutti. E’ stata una Mostra con i primi cinque giorni indimenticabili, e si è appannata negli ultimi, ma sempre con al centro l’interesse comune per una cinema che si svincoli da mode annunciati e caterogorie di sorta. Tra i pronostici di rito, vedono favoriti Lebanon e Lourdes per la vittoria del Leone d'oro al 66° Festival di Venezia. La Coppa Volpi invece dovrebbe andare a Margherita Buy protagonista del film di Francesca Comencini, Lo spazio bianco. Per il miglior attore il favorito della vigilia è Adam Bousdoukos che interpreta l'esilarante Zinos in Soul Kitchen, ma anche Roman Duris in Persecution non demerita affatto. Attendiamo i responsi ufficiale, per poi commentarli nel nostro consueto articolo di chiusura.

Voto 7 

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