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  18/12/2017 - 17:22

 

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Scanner - cinema
 


Jean Renoir in retrospettiva
France Cinéma 2001
Al Teatro della Compagnia di Firenze

 




                     di Aldo Tassone


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Dopo quelle dedicate a Sautet, Resnais, Bresson, Malle , Duvivier, Melville, Chabrol, Tavernier, Clouzot, Becker, la retrospettiva France Cinéma 2001 celebra Jean Renoir. Avevamo sempre rimandato questa retrospettiva, ci sembrava pleonastica: se c'è una autore ipernoto, iperraccontato, ipercelebrato questi è proprio il "Patron". Cosa rimane ancora da scoprire su Jean Renoir? E' quasi come fare un omaggio ad Omero! Eppure, rivedendo lo scorso anno i (bellissimi) dodici film di Jacques Becker, che di Renoir fu il brillante assistente nel decennio d'oro (1931-38), ci venne voglia di rivedere quelli di Renoir, di confrontare l'allievo con il maestro. Oltretutto c'è un'intera parte dell'opera renoiriana avvolta ancora nel mistero: i primi film muti, ad esempio (introvabili), tre dei cinque film "americani".
Con Françoise Pieri, curatrice delle retrospettive di France Cinéma, ci mettemmo all'opera con un entusiasmo da neofiti, imponendoci però un criterio, una regola ferrea: rivedere i film più volte, e nell'ordine cronologico; questo metodo ci ha riservato non poche sorprese. Invece di buttarci nella rilettura dei tantissimi libri e articoli "su" Jean Renoir, abbiamo scelto piuttosto di ripercorrere, parallelamente, l'opera letteraria del regista: l'autobiografia, il libro di ricordi sul padre pittore, i romanzi, le novelle. Da questa full immersion nell'universo "renoiresco" sono venute fuori, accanto alle prevedibili conferme, anche parecchie sorprese. Ne vogliamo elencare qualcuna.
Prima sorpresa: Jean è un autentico scrittore; il libro di ricordi sul padre è una miniera di spunti appassionanti (si veda l'articolo di Françoise Pieri e il saggio di Claude Gauteur pubblicati nel Catalogo).
Seconda sorpresa, eclatante: Jean è davvero un figlio d'arte, nel senso che deve enormemente al padre pittore. Per esempio, la fiducia cieca nell'istinto, la diffidenza verso l'intelligenza che complica troppe cose (lo diceva anche il grande Bresson, che però, all'opposto di Renoir, ignorava la "carne"), la "sensualità" e il culto della libertà (la famosa "improvvisazione" che Jean praticava sul set in maniera quasi sistematica).
Terza sorpresa: credevamo che il grande "eclettico" del cinema francese fosse Julien Duvivier, detto appunto "l'americano" (gli abbiamo dedicato una storica retrospettiva nel 1996); ripercorrendo l'opera di Renoir ci siamo accorti che non era il solo. Personalità complessa e a volte contraddittoria (l'adesione inattesa - lui impolitico - alle istanze del Fronte Popolare, il fatto che nell'ultima parte della sua carriera abbia radicalmente rinnegato tutte le concezioni diciamo "realistiche", fellinianamente preferendo girare in studio), Jean Renoir è discepolo ortodosso della teoria paterna del "sughero che si lascia portare dalla corrente". Il lato positivo di questa concezione è la grande libertà nella scelta dei soggetti e nella struttura della narrazione.
Jacques Siclier parla di invidiabile "naturalezza": "per Renoir la psicologia, la costruzione drammatica e le influenze teatrali non contavano". Questo spiega la riuscita eccezionale di film "aperti" come Le crime de monsieur Lange e La règle du jeu, che tanto hanno influenzato i cineasti della Nouvelle Vague (prima di passare alla regia, Truffaut, Rohmer, Godard, Rivette e soci hanno eretto al "Patron" un autentico "Arc de Triomphe"). Ma c'è anche il rovescio della medaglia, e qui (sorpresa!) cominciano le dolenti note: come molti istintivi, Renoir è un regista discontinuo, la sua carriera annovera punte eccelse, ma anche inquietanti cadute.
Siccome nell'azione di "rivedere" (i film) c'è anche il concetto di "revisione", (a che servirebbero se non le retrospettive?) permettetemi di enumerare qualcuna di queste (mezze) delusioni. La prima, cocente, è stata Nana (1926), che (confesso) non avevo mai visto. (Nel capitolo Renoir al di là del mito spiego dettagliatamente le ragioni di queste considerazioni un po' "hard", che qui vi risparmio). Variamente deludenti mi paiono anche il corto Sur un air de charleston (1928), Madame Bovary (1934), Les bas-fonds (1936), This land is mine (1943), A woman on the beach (1946), The river (1950), e purtroppo almeno due terzi degli ultimi cinque film girati dopo French can can (1954). Non delirerei più, come un tempo, per dei film che ritenevo "mitici" come Boudu sauvé des eaux (1932), una serie di sketch più che un film, Toni (1934), un po' frettolosamente definito pre-neorealista, e La Marseillaise (1937), affresco storico dall'ingenuità quasi "sospetta" (la celebre marcia dei patrioti marsigliesi verso Parigi viene presentata come una sorta di spensierata scampagnata).
In definitiva, Renoir ha girato meno "Capolavori" di quanti si creda. A nostro timido avviso si ridurrebbero a cinque: La bête humaine (1938, "il" capolavoro assoluto), Partie de campagne (1936), La règle du jeu (1939), La grande illusion (1938), Le crime de monsieur Lange (1935). Seguono, a qualche distanza, Le carrosse d'or (1952), La chienne (1931), Tire au flanc (1928), La petite marchande d'allumettes (1928), Swamp water (1941), Diary of a chambermaid (1946), The southerner (1945), French cancan (1954) e Toni (1934), naturalmente, le cui qualità sperimentali sono innegabili.
Cinque capolavori, una decina di opere memorabili su trentanove realizzate: "c'est beaucoup, mais pas assez", per un Patron almeno. Dopotutto, il coetano Julien Duvivier di film memorabili ne ha girati altrettanti, se non di più (vedi saggio citato). Più che continuare a chiamare, retoricamente, Renoir le "Patron" del cinema francese per antonomasia, sarebbe opportuno, "riumanizzandolo", considerarlo molto semplicemente uno dei grandi Moschettieri di Francia, alla stregua di Duvivier, Clair, del primo Carné (senza dimenticare Feyder e Grémillon).
Nel Catalogo, scritto da esperti renoiriani (Biografia e Filmografia sono di Roger Viry-Babel), emergono alcuni aspetti meno noti della personalità del figlio del pittore Pierre-Auguste. Antoine De Baecque (già redattore ai " Cahiers du Cinéma" illustra le fasi dell'abilissima edificazione del mito Renoir da parte dei "Cahiers" Anni Cinquanta (un'abile "mistificazione" che si è imposta come un dogma indiscutibile). Viry-Babel si interroga sull'importanza delle figure femminili nella vita e nel cinema di Renoir (tema affrontato anche da un punto di vista femminile da Michelle Humbert di "Vertigo") e ci parla degli "eredi" di Renoir. Nel capitolo Testimonianze, l'attrice Françoise Arnoul (French cancan), i registi Monicelli, Chabrol, Bellocchio, Thomas, Jacquot, ci offrono degli eccellenti spunti di riflessione sull'autore di La bête humaine.
Durante la tavola rotonda fiorentina (6 novembre) emergeranno degli aspetti meno noti della complessa personalità di Renoir: ad esempio il suo lato "camaleontico" (Renoir diceva di sé: "Ho l'impressione di essere un grande uccello che becca frutti nei giardini più diversi"), la sua teoria della libertà sul set, di quell'improvvisazione che tanto affascinò i giovani aspiranti registi dei "Cahiers du Cinéma", di quel modo di "dirigere gli attori" che segnò profondamente l'allievo e assistente Luchino Visconti, il suo irrazionalismo ("abbasso il cervello, viva i sensi!"), la sua decantata "generosità", non del tutto aliena da una buona dose di astuzia. Jean Renoir il più "francese" dei registi d'oltralpe? Perché non il più "mediterraneo"?

Voto 8 

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