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  21/10/2017 - 12:24

 

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Henry-George Clouzot
Un ritratto dell'autore de

 




                     di Riccardo Ventrella


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Un ritorno, quantomai gradito. Su Clouzot, in Italia, non si scriveva nulla dal lontano 1951. I suoi film raramente passano in televisione (solo "I diabolici" ha recentemente beneficiato di questa possibilità, mercé il rifacimento hollywoodiano con la coppia Sharon Stone - Isabelle Adjani). È il destino di questo regista, l'essere sempre e comunque ai margini, come in una zona di passaggio. Clouzot porta il cinema francese dal "realismo poetico" degli anni Trenta alle soglie della Nouvelle Vague. Si ritrova come compagni di viaggio gli appartenenti alla generazione della "qualità", da Autant-Lara, a Clément, a Cayatte, senza condividerne che in parte stile e tematiche. Gli iconoclasti della nuova leva critica lo rispetteranno più di altri, pur senza amarlo sino in fondo. Clouzot ha pagato sino in fondo la "colpa" di non aver preso parte alla koiné ideologica scaturita dalla guerra e dalla Resistenza. Accusato di collaborazionismo per aver realizzato in tempi sospetti "Il corvo" (film del 1943, che dipinge invece magnificamente il clima di paura e sospetto in vigore durante l'occupazione), fu tenuto persino lontano dalla macchina da presa. Un solitario, animato da un pessimismo storico, da una profonda coscienza della presenza del male, che invade il mondo e si nasconde dietro ogni volto. Questo ha condizionato pesantemente il suo stile visivo, caratterizzato da un'alternanza brusca di luci e di ombre, da ambienti immersi nel grigiore e nel fumo, dallo squallore di dimore povere o decadenti, come il famoso collegio dei "Diabolici", vetusto ed animato da fantasmi. Un'espressionista vero, che riflette sul valore del buio ma lascia intravedere che anche la luce non è aliena da sospetti. Narratore attento ai personaggi, e alle dinamiche segrete del racconto, offre probabilmente il meglio di sé in noir come i già citati "Diabolici", o "Legittima difesa" (Quai des Orfevrès, 1947), classico assoluto che lascia emergere tutto lo squallore piccolo borghese, in una storia alimentata costantemente dalla menzogna, e regala una figura di poliziotto (l'ispettore Antoine, splendidamente interpretato dal grande Louis Jouvet) molto simile ad un Marlowe invecchiato, con problemi di famiglia, e la stessa drammatica percezione del male. Percezione che nei "Diabolici", film dalle volute fattezze hitchcockiane, diventa certezza, piena consapevolezza del fatto che le tenebre nascondono effettivamente quanto di oscuro promettono. Opera nella quale, come sempre, il contributo degli attori è determinante: una splendida Simone Signoret offre un magistrale paradigma di dark lady, mentre Charles Vanel è il cocciuto ispettore che risolve il caso, spuntando dall'ombra, ovviamente. Spesso volutamente provocatorio, Henri-Georges Clouzot. Nel 1949, appena uscito dalle polemiche collaborazioniste, realizza un film, "Manon" (adattamento dal celebre romanzo di Prévost), che è per l'appunto la storia di un partigiano che salva una ragazza accusata di aver fraternizzato con l'invasore nazista. Una realizzazione ineguale, imperfetta, che scatenò discussioni a non finire e scandalizzò la Francia dell'epoca, ma che Clouzot amava senza riserve. Nel 1968, chiude la sua carriera con "La prisonnière", storia di umiliazioni sessuali e voyeurismo, che pareva perversa persino in un periodo in cui le stranezze sullo schermo si moltiplicavano a dismisura. Ma capace di cogliere, oltre al male, anche il genio in piena opera creativa, come nel 1956, quando riprende Picasso, o dieci anni più tardi, con i concerti di Herbert Von Karajan. "Le mystère Picasso" rimane una delle realizzazioni più audaci nel campo dei documentari d'arte. La macchina da presa che segue da angolazioni inedite il grande pittore spagnolo in azione regala emozioni. Di più, si sostituisce all'occhio dell'artista, ne segue le traiettorie, tenta di scoprire dove la mano si porterà a tracciare segni sulla tela. Ma il suo film più bello, e disperatamente mortifero, rimane sicuramente "Vite vendute" (l'importante retrospettiva di France Cinéma, accuratamente supervisionata da Françoise Pieri e dotata di un importante catalogo con saggi di Aldo Tassone e Pascal Mérigeau, ne proporrà una versione assolutamente inedita in Italia, con trentatré minuti in più mai visti nel nostro paese). Discorso sulla paura e la meschinità umana di una (post)modernità sconvolgente, realizzato in uno stile molto "americano", che accentua la tensione racchiusa in ogni fotogramma. Camion come zattere di salvataggio, pieni di storie disperate, di persone che non hanno più nulla da perdere; film di fango, di sporcizia, dove il tempo ha un valore assoluto. "Duel", di Steven Spielberg, ne conserva parzialmente l'impronta, in quel tanto di minaccioso che c'è nel rapporto tra l'uomo e la strada. La deriva dell'esistenza, manifesto di un regista che ha fatto della metà oscura il suo punto d'osservazione preferito.

Voto 8 

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