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  17/12/2017 - 09:00

 

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Ugo Chiti
Nero Cardinale
Firenze, Società Editrice Fiorentina, 2002; pp. 120

 




                     di Paolo Boschi


In felice coincidenza con la messinscena allestita dalla compagnia dell’Arca Azzurra, con Alessandro Benvenuti in veste di protagonista, è arrivato sugli scaffali delle librerie Nero Cardinale, una commedia scritta da Ugo Chiti a metà anni Ottanta e vincitrice del premio Riccione Ater 1987. Il testo drammatico è ambientato durante il carnevale fiorentino del 1707 e racconta una pagina poco nota della famiglia dei Medici tristemente avviata sul viale del tramonto. Il Granduca Cosimo III dei Medici ha visto vanificati tutti i tentativi dei propri figli per assicurare un erede alla dinastia che ha governato Firenze nell’ultimo secolo. A Cosimo III ormai non è rimasto che spendere l’impropria cartuccia costituita dal fratello minore Francesco Maria, secondogenito della casata, da tempo rivestito della porpora cardinalizia e felicemente insediato in quel di Lappeggi, all’Antella, nei pressi di Bagno a Ripoli, dove ha allestito una vera e propria corte all’insegna del buon vivere, di una filosofia disincantata e di carnalità priva di pensieri. Soprannominato a giusto titolo Cardinal Cuccagna, Francesco Maria viene convocato in una fredda notte di febbraio nel palazzo fiorentino dei Medici ed apprende dall’imperiosa voce del fratello maggiore il proprio destino, avvilente per certi versi, per altri forse intrigante: Francesco Maria dovrà abbandonare la toga purpurea e “scardinalarsi”, sposandosi per assicurare il bramato erede alla dinastia in sfacelo. Forzando la propria indole godereccia Francesco Maria si lascia sedurre dall’idea di scavalcare dinasticamente il fratello, al punto da rinunciare agli agi del buen retiro di Lappeggi, per quanto la gotta e gli stravizi di una vita gli renderanno impossibile riuscire nell’impresa di generare un erede: il matrimonio prestabilito con la bella Eleonora Gonzaga di Guastalla risulterà infatti sterile, ed allo stanco ex cardinale non resterà che confessare alla sua “bandaccia” di un tempo di aver forzato invano la propria natura, prima di lasciarsi trasportare sulle ali dell’immaginazione verso quel favoloso paese di Cuccagna che gli aveva prestato l’epiteto più consono durante il suo periodo cardinalizio. In estrema sintesi questa è la parabola biografica raccontata da Ugo Chiti nel breve volgere di Nero Cardinale, un testo per la scena peraltro generalmente ossequioso verso le fonti storiche di riferimento. Nella dolceamara chiusa della commedia – naturale (nel senso che sembra l’unico scioglimento possibile) quanto insostenibilmente malinconica – corre l’obbligo di sottolineare come l’uscita di scena del disincantato protagonista sia risolta con un trapasso felicemente sospeso a metà tra sogno possibile e realismo onirico. La scomparsa dell’antieroico viveur che mirò troppo in alto (e contro natura) finisce così per sancire il definitivo tramonto dell’agonizzante dinastia dei Medici, ormai costretta a smettere di dettare i mesi alle stagioni, sopraffatta da un mondo che avanza per conto proprio.

Ugo Chiti, Nero Cardinale, Firenze, Società Editrice Fiorentina, 2002; pp. 120

Voto 7½ 

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