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  13/06/2026 - 13:38

 

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Scanner - cinema
 


Biennale Cinema 66
Un incalzante sequenza di film raggianti
Seconda puntata del reportage di Scanner sulla Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica 2009
Al Lido di Venezia dal 2 al 12 settembre 2009

 




                     di Matteo Merli


Presentazione Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica 2009
Prima puntata del reportage di Scanner sulla Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica 2009
Seconda puntata del reportage di Scanner sulla Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica 2009
Terza puntata del reportage di Scanner sulla Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica 2009
Bilancio di Scanner sulla Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica 2009


In questi giorni il festival veneziano vive di pellicole stimolanti, lontane da vecchie concezioni meta-linguistiche ( talora presenti in poche eccezioni ) per indagare il presente con rinnovato entusiasmo espressivo. Per questo in concorso fa piacere ritrovare Patrice Chéraeau con Persecution, tessuto sulle vite solitarie di tre personaggi, chiusi nella loro zavorra di paure e sconfitte e incapaci di affrontare il sentimento libero, se non nel ritrovare se stessi dopo una lunga analisi del proprio io in un confronto con se stessi forte, ma necessario per trovare una maturità del sentire e percepire le cose in maniera nuova: per ricominciare da capo. Un piccolo grande film che ci restituisce un cinema francese abile nel condurci nelle dinamiche affettive odierne come se fosse un thriller dell’anima, teso e coinvolgente. Appassiona anche il nuovo documentario di Michael Moore, Capitalism: a love story, dove la sua presenza di Moore non è solo il corpo scenico di una presa di posizione coatta, ma una sincerca scoperta delle crepe finanziarie e umane che risiedono nel corpo malato americano. Siceramente emozionante e ironico che lascia indignati e ci fa sperare in una democrazia futura più pulita e condivisa. Altra gradita presenza è quella di Claire Denis, con White material, che si insinua nei suoi ricordi d’infanzia per costruire un racconto di una famiglia francese imprigionata da una guerra civile in un paese africano, dove il germogliare della violenza rompe la placida convivenza dei bianchi, distaccati da una realtà densa di insidie e contraddizioni incomprensibile. Lo stile della regista francese, diventa maggiormente incisivo nella seconda parte, mettendo a fuoco il senso bruciante di un insanabile frattura tra due realta, occidentale e africana, difficilmente accostabili. Orizzonti percorre il sentiero dei documentari e se da una parte Viajo porque preciso, volto porque te amo di Marcelo Gomez e Karim Ainouz, si presenta con un io narrante perso nei meandri del sertao settentrionale, che non affascina più di tanto per la sua operazione intesa come sguardo su un paesaggio sconosciuto, evaporato in pensieri d’amore; dall’altro Once upon a time proletarian: 12 tales of a country della cinese Xialou Guo, fresca vincitrice a Locarno del Pardo d’oro, è una ricognizione nei mestieri cinesi, con la sua cornice di povertà e miserie lavorative, costruite su una messa in scena convenzionale, anche se nobile nella sua prospettiva di svelare la propensione al vuoto umano in cui sta incappando il colosso cinese. Anche Oliver Stone con South of the border, si trova a concedersi a Chavez, per poter poi intervistare diversi presidenti del continente sudamericano, in una disamina politica conseguente a rilevare un cambiamento in atto, ma prevedibile nella sua forma, per quello che fa trasparire e dice. Le giornate degli autori dalla sua hanno offerto un deludente horror francese La Horde di Yannick Dahan, che è una ennesiama riproposizione degli zombi in un affastellamento di rimandi ovi e serviti da una regia decisamente piatta. Di opposto valore è Celda 211 dello spagnolo Daniel Monzon, un prison-movie coinvolgente e sorretto da una sceneggiatura che rilancia costantemente l’azione, con un cast all’altezza della situazione. Dalla settimana della critica, deludente l’evento speciale Metropia di Tarik Saleh, un film di animazione particolare nella sua conformità visiva, ma inerte nell’instillare nello spettatore un minimo di attenzione per una storia a sfondo spionistico-fantascientifico senza mordente. Tornando al concorso ufficiale, è apparso anche Between two worlds di Vimukthi Jayasundara, una pellicola spiazzante nel suo candore onirico, che si consegna come un piccolo esperimento d’autore , piacevolmente interessante nella sua cadenza narrativa. Invece in 36 vues du Pic Saint Loup, si racconta di donna che ritorna a lavorare in un circo dopo un lungo periodo d’assenza, e in questo frangente incontra un gaudente italiano ( un Sergio Castellito gigione ) che si aggregerà a loro. Il regista francese Rivette frana con questa pellicola in un susseguersi di scene con forte impostazione teatrale, legate ad una ricerca autoriale statica, sottolineando un compiacimento stilistico privo di qualsiasi empatia verso il racconto cinematografico. In gara appare anche Lebanon del poco conosciuto Samuel Maoz, abile nel visualizzare i spazi angusti di un carro armato nel conflitto israeliano-libanese del 1992, codificati in una mortificazione dello sguardo, cieco nei confronti di una guerra sanguinaria e senza via di uscita, che spezza le speranza di quattro giovani militari alla loro prima esperienza in prima linea. Film di forte impatto, ma non sempre lucido nella messa in scena. Il fuori concorso invece è arrichito da diverse pellicole americane, come The informant! di Steven Soderbergh. Basato su una storia vera, in cui un biochimico passato a ruoli dirigenziali nella grande multinazionale che produce cereali, decide di diventare un informatore dell’FBI per portare alla luce un cartello dei prezzi clandestino tra la sua e le aziende concorrenti. Ma con il passare degli anni, si scoprono le contraddizioni di Mark Whitacre nelle sue azioni di spionaggio, rivelandosi un bugiardo patologico. Scandito con i toni da commedia, si apprezza per i ritmi narrativi e per l’ottima performance di Matt Damon, a suo agio con questo personaggio bizzarro. Scanzonata è anche l’opera di Grant Heslov con The men who stare at goats, con un cast che fa faville in una commedia grottesca nel rappresentare una branchia segreta dei servizi militari dediti a pratiche paranormali, diventando di riflesso un attacco all’esercito, con un ironica partecipazione. Scontata pellicola a firma di Antoine Fuqua con Brooklyn’s finest, che non dice niente di nuovo nelle coordinante di un genere a rischio ripetitività di temi e sviluppi. Per finire in concorso è apparso la seconda pellicola italiana, Lo spazio bianco di Francesca Comencini, dove Maria ha superato da poco i quarant'anni, vive a Napoli, lavora come insegnante in una scuola serale e un giorno, al sesto mese appena di gravidanza, partorisce prematuramente una bambina che viene subito ricoverata in terapia intensiva neonatale. In questa zona bianca, in attesa del risveglio della piccola, Maria si trova in un mondo strano, a contatto con studenti di medicina, e lo scorrere interminabile delle ore in una citta pericolante come Napoli. In questa quotidianità infranta, fatta di personaggi scostanti, la farsa la fa da padrona. La Comencini non è in grado di gestire tutte le suggestioni che innietta nell’opera, anche se segue una linea soggettiva non banale nel raccontare il degrado quotidiano, ma ci sembra un occasione mancata. Ci stiamo per avvicinare agli ultimi giorni della Mostra, che si sta dimostrando vitale e piena di sorprese piacevoli nelle diverse diramazioni delle sezioni.

Voto 8 

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