Presentazione Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica 2009
Prima puntata del reportage di Scanner sulla Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica 2009
Seconda puntata del reportage di Scanner sulla Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica 2009
Terza puntata del reportage di Scanner sulla Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica 2009
Bilancio di Scanner sulla Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica 2009
In questi giorni
il festival veneziano vive di pellicole stimolanti,
lontane da vecchie concezioni meta-linguistiche ( talora presenti in poche
eccezioni ) per indagare il presente con rinnovato entusiasmo espressivo. Per
questo in concorso fa piacere ritrovare Patrice Chéraeau con Persecution, tessuto sulle vite solitarie di tre
personaggi, chiusi nella loro zavorra di paure e sconfitte e incapaci di
affrontare il sentimento libero, se non nel ritrovare se stessi dopo una lunga
analisi del proprio io in un confronto con se stessi forte, ma necessario per
trovare una maturità del sentire e percepire le cose in maniera nuova: per
ricominciare da capo. Un piccolo grande film che ci restituisce un cinema
francese abile nel condurci nelle dinamiche affettive odierne come se fosse un
thriller dell’anima, teso e coinvolgente. Appassiona anche il nuovo documentario di Michael Moore, Capitalism: a love story, dove la sua presenza di Moore non è solo il
corpo scenico di una presa di posizione coatta, ma una sincerca scoperta delle
crepe finanziarie e umane che risiedono nel corpo malato americano. Siceramente
emozionante e ironico che lascia indignati e ci fa sperare in una democrazia
futura più pulita e condivisa. Altra gradita presenza è quella
di Claire Denis, con White
material, che si insinua nei suoi ricordi d’infanzia per costruire un
racconto di una famiglia francese imprigionata da una guerra civile in un paese
africano, dove il germogliare della violenza rompe la placida convivenza dei
bianchi, distaccati da una realtà densa
di insidie e contraddizioni incomprensibile. Lo stile della regista francese,
diventa maggiormente incisivo nella seconda parte, mettendo a fuoco il senso
bruciante di un insanabile frattura tra due realta, occidentale e africana,
difficilmente accostabili. Orizzonti percorre il sentiero dei documentari e se
da una parte Viajo porque preciso, volto porque te amo di Marcelo
Gomez e Karim Ainouz, si presenta con un io narrante
perso nei meandri del sertao settentrionale, che non affascina più di tanto per
la sua operazione intesa come sguardo su un paesaggio sconosciuto, evaporato in
pensieri d’amore; dall’altro Once
upon a time proletarian: 12
tales of a country
della cinese Xialou Guo, fresca vincitrice a Locarno del Pardo d’oro, è una
ricognizione nei mestieri cinesi, con la sua cornice di povertà e miserie
lavorative, costruite su una messa in scena convenzionale, anche se nobile
nella sua prospettiva di svelare la propensione al vuoto umano in cui sta
incappando il colosso cinese. Anche Oliver Stone con South of the border, si
trova a concedersi a Chavez, per poter poi intervistare diversi presidenti del
continente sudamericano, in una disamina politica conseguente a rilevare un
cambiamento in atto, ma prevedibile nella sua forma,
per quello che fa trasparire e dice. Le giornate degli autori dalla sua hanno
offerto un deludente horror francese La
Horde di Yannick Dahan, che è una ennesiama
riproposizione degli zombi in un affastellamento di rimandi ovi e serviti da
una regia decisamente piatta. Di opposto valore è Celda 211 dello spagnolo
Daniel Monzon, un prison-movie coinvolgente e sorretto da una sceneggiatura che
rilancia costantemente l’azione, con un cast all’altezza della situazione.
Dalla settimana della critica, deludente l’evento speciale Metropia di Tarik
Saleh, un film di animazione particolare nella sua conformità visiva, ma inerte nell’instillare nello spettatore un minimo
di attenzione per una storia a sfondo spionistico-fantascientifico senza
mordente. Tornando al concorso ufficiale, è apparso anche Between two worlds di
Vimukthi Jayasundara, una pellicola spiazzante nel suo candore onirico, che si
consegna come un piccolo esperimento d’autore ,
piacevolmente interessante nella sua cadenza narrativa. Invece in 36
vues du Pic
Saint Loup, si racconta di donna che ritorna a
lavorare in un circo dopo un lungo periodo d’assenza, e in questo frangente
incontra un gaudente italiano ( un Sergio Castellito
gigione ) che si aggregerà a loro. Il regista francese Rivette frana con questa
pellicola in un susseguersi di scene con forte impostazione teatrale, legate ad una ricerca autoriale statica, sottolineando un
compiacimento stilistico privo di qualsiasi empatia verso il racconto
cinematografico. In gara appare anche Lebanon del poco conosciuto Samuel Maoz, abile nel visualizzare i spazi angusti di un carro armato
nel conflitto israeliano-libanese del 1992, codificati in una mortificazione
dello sguardo, cieco nei confronti di una guerra sanguinaria e senza via di
uscita, che spezza le speranza di quattro giovani militari alla loro prima
esperienza in prima linea. Film di forte impatto, ma non sempre lucido nella
messa in scena. Il fuori concorso invece è arrichito da diverse pellicole
americane, come The informant! di Steven Soderbergh.
Basato su una storia vera, in cui un biochimico passato a ruoli dirigenziali
nella grande multinazionale che produce cereali, decide di diventare un
informatore dell’FBI per portare alla luce un cartello
dei prezzi clandestino tra la sua e le aziende concorrenti. Ma
con il passare degli anni, si scoprono le contraddizioni di Mark Whitacre nelle
sue azioni di spionaggio, rivelandosi un bugiardo patologico. Scandito con i
toni da commedia, si apprezza per i ritmi narrativi e per l’ottima performance
di Matt Damon, a suo agio con questo personaggio bizzarro. Scanzonata è anche
l’opera di Grant Heslov con The
men who stare at goats, con un cast che fa
faville in una commedia grottesca nel rappresentare una branchia segreta dei
servizi militari dediti a pratiche paranormali, diventando di riflesso un
attacco all’esercito, con un ironica partecipazione. Scontata pellicola a firma
di Antoine Fuqua con Brooklyn’s finest, che non dice niente di nuovo nelle coordinante di un genere a rischio ripetitività di
temi e sviluppi. Per finire in concorso è apparso la seconda pellicola
italiana, Lo spazio bianco di Francesca Comencini, dove Maria ha superato da
poco i quarant'anni, vive a Napoli, lavora come insegnante in una scuola serale e un
giorno, al sesto mese appena di gravidanza, partorisce prematuramente una
bambina che viene subito ricoverata in terapia intensiva neonatale. In questa
zona bianca, in attesa del risveglio della piccola, Maria si trova in un mondo
strano, a contatto con studenti di medicina, e lo scorrere interminabile delle
ore in una citta pericolante come Napoli. In questa quotidianità infranta,
fatta di personaggi scostanti, la farsa la fa da padrona. La Comencini non è in grado
di gestire tutte le suggestioni che innietta nell’opera, anche se segue una linea soggettiva non banale nel raccontare il
degrado quotidiano, ma ci sembra un occasione mancata. Ci stiamo per
avvicinare agli ultimi giorni della Mostra, che si sta dimostrando vitale e piena
di sorprese piacevoli nelle diverse diramazioni delle sezioni.
Voto
8