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  18/06/2018 - 07:59

 

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Scanner - arte
 


Simbionti
Mostra di Pietro Antonio Bernabei
Museo Zoologico della Specola di Firenze
dal 24 aprile al 28 maggio 2003

 




                     di Umberto Baldini


Introduzione all'arte contemporanea: 29 marzo 2003
Bioarte


La mostra è la terza di un ciclo che sotto il titolo di" Strategie di Sopravvivenza" aveva preso il via con un primo tema che portò alla ribalta "Spermatozoi e Veleni" cui seguì un secondo tema che portò alla ribalta i "Parassiti".
E oggi sono i "Simbionti" ad aggiungersi nelle strategie di sopravvivenza.
Messe insieme, le opere di Pietro Antonio Bernabei compongono una vera e propria "collezione di illustrazioni scientifiche" moderna e nuova, formulata sull'identità del vero fatto rivivere, grazie a una raffinatissima gamma cromatica di grande invenzione pittorica capace di concedere un afflato vitale agli oggetti della ricerca che attraverso la sola indagine microscopica apparivano e appaiono cristallizzati e morti.
Una "collezione scientifica" quale si poteva estrarre nel remote sensing di una indagine che andava al di là e oltre il visibile compiuta per carpire non solo la sua realistica bellezza ma anche per comprendere la ragione stessa della sua esistenza nella quale si rivelano e si consumano le strategie del vivere insieme.
Le grandi illustrazioni, eseguite nel secolo che aprì alla scienza soprattutto nel Seicento e realizzate da grandi artisti pittori e incisori - basterà citare i pionieri come Giovanni Neri, Lorenzo Benini, Cristoforo Coriolano e Jacopo Ligozzi - trasferirono fedelmente su carta la natura per moltiplicarne la conoscenza al servizio di un sapere che permettesse il riordino, secondo le variegatissime specie, dietro il dettato dello scienziato che li guidava a un altro livello di specializzazione per una dimensione artistica nuova, tanto da portare le loro riprese dal vero al valore di un simulacro di natura capace di abbagliare gli occhi del guardante.
Nell'opera "scientifica" di Bernabei non c'è l'intenzione di abbagliare o di abbellire a proprio piacimento la natura né di costringerla a una fredda restituzione a wunderkammer compiuta sulla scorta delle "quadrerie" dei collezionisti di pittura. c'è invece il trasferimento della natura in una nuova realtà capace di farla "rivivere".
L'agente di questo trasferimento è il colore - sia come scelta che come abilità della stesura - che fa staccare le forme speculate da fondo del bianco cotone di una pregiatissima carta di Fabriano e che elimina ed elude la riproposizione della realtà di fredda "natura morta" e le dà sostanza, plasticità, vibrazioni, moti, servendosi di tonalità di grande suggestione e concretezza pittorica.
Al punto che l'immagine sorta dalla piatta lettura a vetrino della microscopia si rianima, il sangue scorre di nuovo, la natura morta rivive, tutto si muove ricomponendo e restituendo attivi gli arti e gli organi.
E gli insetti, i pesci, i crostacei riprendono la posizione di "pronti al via" per la simbiosi, evidenziando le armonie e le bellezze delle loro forme che si aprono alla nostra vista.
E' il microcosmo invisibile portato al macrocosmo visibile che assume e scopre dimensioni a noi comparabili.
La pagina pittorica che lo traduce si anima così in una ricostruzione che nulla toglie alla sua natura, scientificamente riproposta a ricreare la sua esistenza.
Ed ecco allora gli accoppiamenti della simbiosi a venire.
Come tra i tripanosomi e la mosca tsé tsé: i primi impaginati in uno stacco che sa di danza e di ordine ritmico tali da ricordare la "danza" matissiana dell'Hermitage, tenue per i mezzi pittorici utilizzati che esaltano il vivido e denso nucleo che sembra far da perno al moto; la seconda, stupenda nella sua monumentale struttura, bellissima nella monocromia tonale dei grigi.
O come nella Foresi tra la Dermatobia hominis e la Zanzara, con gli arti fragili, ma pronti alla presa.
O la simbiosi avvenuta tra il Paguro e l'Attinia per Pietro l'Eremita che lega diverse forme in un tutt'uno che dà vita a un misterioso nuovo essere che par richiamare la simbiosi tra uomo e cavallo per il centauro sognato extra natura nel mito.
O come l'inserimento tra le branchie dell'Alosa di un Gobio che si attacca come una scialuppa di salvataggio alla grande carena del pesce.
O come i parassiti del Granchio che danno decoro e sontuosità alla sua livrea.
Ma si distinguono fra tutti, per una traduzione dal vero che ha dell'incredibile tale è la bellezza che se ricava un'enorme Zanzara, due Afidi verdi e un Pidocchio.
E' qui che Bernabei, pur garantendo tutti i carati della scientificità alla sua lettura, aggiunge qualcosa in più che apre alla fantasia che ricostruisce e toglie la rigidezza della morte nei suoi modelli speculati al microscopio: nell'enorme Zanzara restituisce il ritmato intreccio che colloca le sue lunghe zampe nello spazio che in tal modo tornano a sorreggere il corpo togliendole dalla quasi già cristallizzata immobilità di una definizione su piano e ridando vita a quell'equilibrio instabile che rende fascinoso il suo ergersi in un dinamismo armonico che sembra fermare l'attimo fuggente che precede lo stacco per il volo della sua missione.
Nei due Afidi verdi il colore da alieno e la plasticità che concede ai corpi sembrano inserire i due animali nella fantascienza segnalando capacità di difesa e offesa al punto che uno dei due appare come blindato; e tutto ciò che esce dal tronco caratterizza mezzi e moti pronti a stupire offrendosi e difendendosi.
Il Pidocchio, infine, pare il vero capo e protagonista dell'intera collezione: un essere straordinariamente vivo, elegante, mirabilmente colorato, perfetto, degno rappresentante della bellezza e del mistero della natura, alla pari del simbolo magico e misterioso dello Scarabeo degli Egizi , ma vivo e respirante.
Sono questi i soggetti che mi pare rappresentino più di ogni altri il superamento della rigidezza e della freddezza che si collega ai reperti senza vita e che permettono la traduzione di difficilissime e spesso ignote pagine (che pure stanno scritte nel grande poema della natura) facendo ricorso a qualche corretta licenza poetica capace di far breccia nel nostro linguaggio nuovo e moderno.
Una licenza poetica che mi fa venire in mente quella di cui fece uso Giovanni Mosca quando, nel tradurre dal latino le Satire di Orazio, imbattutosi nella Sesta in un testo di una laconicità senza sentimento alcuno che descriveva la sua esistenza fredda tra le quattro mura della sua abitazione, vi inserì, quasi di diritto, la frase " Dalla finestra si vede una stellina": che non era nel testo, ma che quel testo corroborava trasmettendo elementi e modi di una realtà che per essere meglio capita aveva bisogno di essere comparata con la nostra quotidianità.
Per meglio condurci alla conoscenza della scienza e all'acquisizione dell'arte come scienza.

Voto 8 

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