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  23/06/2018 - 12:39

 

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Scanner - arte
 


Emilio Malenotti
Lo spirito di Santo Spirito
I personaggi dell'Oltrarno come icone laiche.
Sala delle Colonne alla Fortezza da Basso nell'ambito della Mostra dell'Artigianato, dal 21 aprile al 5 maggio 2000

 




                     di Fabio Norcini


I'Lingua vendeva duri di menta all'angolo del Ponte Vecchio. La Masa i "capirotti" (le arance scattivate dalla parte marcia) in piazza Tasso. E poi c'era il Casati, che pur non sapendo leggere vendeva i giornali in piazza del Carmine al grido "leggete le bugie"; e Popone, il trippaio con il carretto a mano. Altri personaggi, il Coccherello che fregava le lampadine per le scale per arrotondare i compensi di garzone di bottega, il roventinaio di via Serragli, il venditore di pattona e castagnaccio, il lupinaio. Tutto un mondo scomparso che riemerge magicamente nella pittura geniale di Emilio Malenotti in dimensioni poetiche smisurate. Memoria e non nostalgia passatista e dolciastra, anagrafe di vita vissuta quando la miseria era miseria, l'amicizia amicizia, i fiorentini si aiutavano e la realtà era dura ma vera, non virtuale. Bisognava sentirlo parlare il "sor" Emilio, di quei tempi, frugare i ricordi con l'ironia e il guizzo di inesausta furbizia in fondo agli occhi.

Davanti a questa bella mostra, realizzata grazie all'entusiasmo degli eredi e degli amici che si riunivano ogni domenica in una sorta di sodalizio, solo per il gusto di vedere Malenotti dipingere e rammemorare, è senza senso riportare date, cronologie, mostre riconoscimenti, bibliografie. Si gustino piuttosto le sue opere, i suoi cimeli, le sue trasgressive e sempre penetranti intuizioni. Il suo "Cristo alla Colonna" vale da solo qualche biennale.

Forse più utile scriverne con quanto la marea della memoria deposita sulla battigia del ricordo personale. Era un grande artista: se ne accorse Vinicio Berti, che da lui imparò più di quanto si pensi. Il riottoso Emilio considerava però con grande scetticismo l'ambiente artistico. Pur figurando con moltissime opere in varie collezioni di arte contemporanea accanto ai Rosai, Soffici, Bueno, Venturi, Loffredo ecc., ha sempre visto con ostilità il mercato dell'arte, le sue false glorie. Le mostre preferiva allestirle estemporaneamente nella sua meravigliosa bottega e quanto a vendere preferiva gestirsi da indipendente.

Se ne andato tardi, all'età di 86 anni, il 29 gennaio 1999, lui che arrivava sempre all'alba, in via del Presto di San Martino, dove aveva bottega. Estate e inverno, con la sua bicicletta nera. I gesti consueti: accendere il fornello dove far bollire la colla e poi sistemare gli arnesi, nelle sue mani serenamente e serenianamente "strumenti umani". La domenica, giorno di riposo, era sua. Tirava fuori tavolozza e pennelli e si metteva a dipingere i suoi strabilianti personaggi, la poesia di maschere e suonatori, l'incanto di una Napoli aurea, paesaggi intravisti o forse solo indovinati in un miraggio di gioventù: Piumaccio d'oro, questo il suo nome di battaglia, grandissimo restauratore, uno che il legno lo conosceva come pochi: un sommelier del mobile antico. Bastava lo carezzasse con quelle sue dita nervose per certificarne origine, età, provenienza.

Così come nell'arte gli bastava un'occhiata ad un catalogo per suscitare icastici commenti oppure improvvisi innamoramenti. Istintivo e feroce, iroso e tenero Emilio Malenotti è stato un giusto. Uno di quei pochi saggi (sarebbero trentadue secondo una bella leggenda ebraica) che vivono appartati e ignorati, ma sui quali poggia la continuazione del mondo. Conosceva senza dover imparare, arrivava all'essenza delle cose con sorprendente rapidità quasi per divinazione. E come, con mestiere sublime, restituiva splendore a stipi e cassettoni, così dava vita con la pittura a un mondo nuovo che, sì, odorava del quartiere di San Frediano dove ha sempre vissuto, ma trasformato da un lessico simbolico universale. I superficiali definivano il suo lavoro "naif", non comprendendo il linguaggio di una figurazione altra, nata e cresciuta in senso completamente autonomo rispetto alle rimasticature di quel villaggio dell'arte contemporanea, sempre più globale e sempre meno autentico. Anche se dipingeva o scolpiva nel giorno del Signore non era certo un pittore della domenica; piuttosto un artista che si temprava spiritualmente con il lavoro artigiano prima di consacrarsi alla creazione.

Voto 8 

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