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  20/10/2017 - 23:44

 

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Sanremo 2002
bilancio del festival n.52
Chi c'era, vincitori, vinti...
Ritualità di gesti, volti e linguaggio che non conosce pari

 




                     di Giacomo Aloigi


Finalmente è passato! Anche quest'anno ci siamo tuffati nella kermesse più fittizia e sopra (ma anche sotto…) le righe che la televisione ci sappia offrire. Se è ormai certo che un "evento" non esiste in quanto tale, ma in quanto la scatola magica lo crea (e lo impone), ecco allora che Sanremo si staglia sopra ogni altro prodotto catodico e perpetua se stesso con una ritualità di gesti, volti e linguaggio che non conosce pari. Confessatelo, avanti, confessatelo, impuniti teledipendenti, che avete provato un sottile brivido di piacere al solo pensiero di poter di nuovo pronunciare, dopo dodici mesi di forzata astinenza, espressioni sottilmente ambigue come "giuria di qualità", "nuove proposte", "dopo festival"Ammettete a voi stessi che non siete riusciti a evitare di mettere a confronto le esuberanze mammarie dell'Arcuri e della Belvedere (una quinta contro una terza abbondante: ma Vittoria ha uno dei seni più belli d'Europa!). Arrendetevi al cospetto del Cavaliere Von Sacher Masoch che è in voi perché non avete saputoe fare a meno di gettare un'occhiata al look dei Gazosa (ma quanto sono cariiiiniii!) o di ascoltare un passaggio del pezzo di Mino Reitano (il titolo era già una inesorabile minaccia: La mia canzone. Ma almeno ci ha avvertito!). Già le canzoni. Tranne rare eccezioni, molto difficilmente riascolteremo i brani eseguiti all'Ariston al di fuori dell'Ariston stesso. Tutti ormai sanno che a Sanremo si celebra il Festival della Canzone carbonara, semi clandestina. Come una coppia che fa sesso una volta sola l'anno ma quella volta si esibisce davanti a quindici milioni di voyeur. E poi c'era Lui! Sì, Lui! E' tornato! Baudo è stato di nuovo il Gran Cerimoniere del Festival. L'esilio è finito, l'epifania di Pippo si è manifestata di nuovo. Diciamolo francamente. Non ne potevamo più del giovanilismo mummificato di Fabio Fazio, il "grande Banalizzatore" (ma "Quelli che il calcio…" versione Ventura non è più divertente?) o della medietà ansiogena di Raffaella Carrà. Pippo a Sanremo è come Trapattoni in Nazionale. Spettacolo poco ma risultato sicuro. Una sfilza di ospiti straniere bellocce e irrilevanti musicalmente: Britney Spears, Kilye Minogue, Anastacia. Ventura e Mughini ( quoque tu Giampiero) al Dopo Festival. Benigni e Fiorello a movimentare le serate. Un carrozzone ipermultifantastimegamiliardario che ci ha coinvolti nostro malgrado per tutta la settimana. Del resto, sono riuscito a contare nove copertine di settimanali dedicate a Sanremo. Siamo circondati! E allora arrendiamoci. Sì arrendiamoci. Perché, parafrasando Adolfo Celi nel finale del mitico Febbre da cavallo di Steno, "sono ternt'anni che guardo Sanremo!". Proprio così. Benché mi pavoneggi della mia collezione di cd ambient di Brian Eno ed Harold Budd, dei miei vinili originali dei Can o dei Popol Vuh, ricordo Toto Cutugno trionfatore nel 1978 con "Solo noi" e Mino Reitano, dieci anni dopo, commosso durante l'esecuzione di "Italia" (dài col refrain…"IIIItaaaaaaaaaalia, IIIItaaaaaaaaalia, di terra bella uguale non ce n'èèèèèèèèèèè…). Potevamo rinunciare a tutto questo? Dico, potevamo veramente?

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