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  05/03/2024 - 06:06

 

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Far East Film7
Corea del Sud
Un cinema dal percorso tradizionale
Dal 22 al 29 aprile 2005 - Teatro Nuovo e Visionario, Udine

 




                     di Matteo Merli


Far East Film7: presentazione del festival 2005
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Da sempre, sosteniamo che il cinema della Corea del sud è indispensabile per comprendere le dinamiche interne ai diversi genere e per comprendere da vicino la vitalità di questa nazione nel campo della settima arte. Oltre gli autori affermati come Kim Ki-duk e Hong Sang-soo, si può notare che l’intento dell’industria coreana è quella di mettere in cantiere opere popolari, dove si stenta a ritrovare una cifra stilista chiara, se non in rare eccezioni. A Family di Lee Jung-chul, racconta il dramma di una giovane donna che uscita dalla prigione per un omicidio, si ritrova ad dover ricucire un rapporto difficile con il padre, che si vede costretto ad educare il fratello più piccolo in condizioni poco agiate.Un melodramma familiare intessuto sul dissidio tra la ragazza e il padre, che porterà alla luce il profondo legame che li unisce. Una pellicola ben strutturata che conferma la capacità del cinema coreano nel confezionare opere di genere coinvolgenti. Road, rappresenta il tratto visivo di un autore come Bae Chang-ho, alle prese con un dramma di un fabbro sempre in viaggio nella Corea degli anni settanta e che incontra una ragazza, che scoprirà essere la figlia del suo ex-amico. Questa amicizia profonda sarà l’elemento scatenante del ricordo, trasportando le emozioni del fabbro lungo un percorso di dolore e incomprensioni. Un dramma che attraverso il tragitto della strada, assume il peso schiacciante del tempo, dove solo la consapevolezza dell’amore e del bene trasmesso danno il senso compiuto dell’esistere. Someone Special è la commedia di Jang Jin, regista dell’apprezzato Guns & Talks, qui alle prese con un giocatore di Baseball incapace di riconoscere l’amore vero, che lo trova in una barista, da sempre innamorata di lui fin da piccola. Un opera piatta nella sua messa in scena, incanalata in uno sviluppo narrativo convenzionale e privo di spessore. Una delle sorprese nella sezione coreana è stata la presentazione di Green Chair. Mun-hee, appena trentenne e divorziata, si è innamorata di Hyun, che frequenta il liceo. La donna viene arrestata per aver fatto sesso con il minorenne, ma al suo rilascio il giovane l’aspetta davanti al commissariato. Il filtro usato da Chul-soo è quello di comprendere la figura della donna nella società coreana, che ha la forza di decidere per la propria vita e lo fa scegliendo l’amore di un ragazzo. La loro vita sessuale e sentimentale sono lo specchio di un incontro/scontro inevitabile, comprensibile di una maturazione del loro rapporto, dove le tradizioni maschili e di facciata risulteranno perdenti, ma consegnando a loro un futuro di aperta felicità. Un film basato su diversi registri, che vanno dal dramma alla commedia, con due attori efficaci, ma che il regista solo in parte riesce a dare forza ad un soggetto che prende troppe strade in una sola volta. Da citare almeno il bel omaggio dedicato a tre direttori della fotografia, dove appare anche il nome di Kim Hyung-koo, celebre per aver illuminato pellicole come Peppermint Candy e Memories of murder, autentiche gemme della cinematografica, che gli spettatori hanno avuto l’opportunità di rivedere o scoprire. Come dicevamo in apertura, il cinema coreano si muove lungo un percorso che rispecchia i canoni del cinema classico, che sembra lasciare poco spazio alle istanze d’autore di registi dal carattere personale, le eccezioni come ben sappiamo esistono, bisogna solo constatare quale sarà il futuro di questa cinematografia fortemente controllata da grosse case produttrici, e se sbocceranno nuovi talenti da coccolare e amare.

Voto 7 

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