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  19/12/2018 - 15:26

 

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Marco Malvaldi
Odore di chiuso
Un delizioso giallo storico dove tutto va per il verso giusto
Palermo, Sellerio, 2011; pp. 198

 




                     di Paolo Boschi


Che avesse la stoffa del narratore il pisano Marco Malvaldi, classe 1974, l'aveva già dimostrato nella trilogia giallo-comica dedicata ai mitici vecchietti del Barlume ed al barista Massimo, una variegata squadra di investigatori per diletto che ha già saputo conquistarsi un discreto nugolo di affezionati lettori. Stavolta Malvaldi alza il tiro aggiungendo al suo genere prediletto una gustosa ambientazione storica, nell’Italia unitaria di fine Ottocento, in un castello della Maremma toscana nei dintorni della Bolgheri celebrata da Giosuè Carducci. Si tratta dell'avita magione del barone Romualdo Bonaiuti e della sua assortita famiglia di aristocratici appassionatamente dediti al dolce far niente o comunque a qualsivoglia occupazione non significativa. I membri sono tutto un programma: c'è Gaddo, poeta dilettante che aspira a confrontarsi col celebre Carducci, e suo fratello Lapo, che passa il tempo dando la caccia alla selvaggina femminile del posto, e la briosa sorellina Cecilia, il cui talento è stato sterzato su occupazioni domestiche senza futuro, e l'imperscrutabile grande vecchia della situazione, l'anziana Baronessa Speranza, bloccata in una sedia a rotelle ma informatissima su ogni più piccolo fatto del castello, e una dama di compagnia che vorrebbe soltanto passare inosservata, ed infine un paio di immancabili zitelle. Questo per quanto riguarda la componente nobiliare, accompagnata del folto gruppo dei servitori, un coro variegato in cui spiccano una cuoca a dir poco geniale e la conturbante cameriera Agatina. È in tale contesto che un venerdì di giugno del 1895 arriva ospite nel castello il baffuto (e paffuto) Pellegrino Artusi, l'autore del celebre libro di ricette intitolato La scienza in cucina e l'arte di mangiar bene: l'accoglienza non è delle migliori, soprattutto da parte di Gaddo, che sarebbe disposto a rinunciare al vate di Bolgheri anche per un romanziere, ma mai per un banale scribacchino di ricette. La cena propone alle papille gustative del baffuto protagonista un piatto forte che è tutto un programma, una ricetta zingara: un pasticcio di tonno basato su accostamenti piuttosto curiosi (tonno, olive, uova, pangrattato, sedano, peperoni) per un mirabile risultato d'insieme. L'indomani il castello si tinge di giallo, ma il colpevole non è il classico maggiordomo, anche perché la vittima è per l’appunto Teodoro, il maggiordomo di casa, che viene ritrovato cadavere in una stanza nascosta chiusa dall'interno, morto per avvelenamento: un mistero degno di Agatha Christie, insomma. Comincia così una sarabanda di indagini condotte ufficialmente dal delegato di polizia e dal fine gastronomo di rinterzo, che arriva al castello con un libro di Arthur Conan Doyle sottobraccio e non manca di applicare a più riprese il metodo scientifico reso celebre da Sherlock Holmes. Odore di chiuso continua con un ritmo scoppiettante alternando battute a ripetizione tra i vari componenti della famiglia, che nel loro insieme ci offrono una prospettiva interna al cast che si arricchisce con le annotazioni diaristiche di Artusi medesimo: il fine gastronomo infatti ogni sera prende appunti sui fatti del giorno, costringendoci così a riflettere a bocce ferme sugli sviluppi della storia. Il risultato complessivo è un delizioso giallo storico dove tutto va per il verso giusto, ricco di umorismo e caratterizzato da un intreccio oliato a dovere, affidato a personaggi intriganti e psicologicamente ben definiti, dove al limite l'unico neo (a volerlo cercare) potrebbe essere la tendenza di Malvaldi per l'attualizzazione (linguistica) a tutti i costi. Assolutamente da provare.

Voto 7 ˝ 

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