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  17/10/2017 - 16:45

 

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Umberto Lenzi
Il clan dei miserabili
Un thriller graffiante
Cordero Editore, Collana Crimen, pp.170, € 12,60

 




                     di Matteo Merli


Prima di tutto Umberto Lenzi è un regista di genere, e anche se non gira più da tempo, il suo stile si riflette nella scrittura, ed è il degno rappresentante di un intrattenimento che non aspira al banale o al superficiale, ma nell’abile costruzione di un tessuto narrativo coinvolgente e ben cucito sui personaggi principali. I libri di Lenzi, Delitti a Cinecittà, Terrore ad Harlem, Morte al Cinevillaggio, Scalera di sangue (Coniglio Editore), Spiaggia a mano armata (Rizzoli) ed Il clan dei miserabili (Edizioni Cordero) hanno in comune l’identico protagonista, il detective Bruno Astolfi, sempre chiamato ad indagare soprattutto nelle piaghe oscure del nostro cinema.
Roma, primavera del 1947. Negli studi di Cinecittà sono in corso le riprese del film "I Miserabili", diretto da Riccardo Freda e interpretato da attori del calibro di Gino Cervi e Valentina Cortese. Qualcosa, però, non va come dovrebbe. Sul set viene ritrovato il cadavere di Tibero De Santis, un individuo equivoco, già sentimentalmente legato a una funzionaria della società cinematografica "Lux Film". E' un omicidio passionale come crede la polizia? Oppure c'è in ballo qualcosa di più grosso? Per risolvere il mistero, il produttore del film si affida al detective privato Bruno Astolfi, un ex pugile ed ex commissario di polizia radiato ai tempi del fascismo per la sua ostilità al regime. Tra labili indizi e false piste, l'investigatore si muove nel sordido sottobosco della malavita romana, senza trascurare il mondo patinato della cinematografia. Lenzi ha dalla sua una scrittura limpida, quasi chirurgica nel dipanare la trama noir, che non solo indaga sul dietro le quinte del nostro cinema del passato, ma intrattiene con efficacia e grande senso del ritmo e si arriva alla fine del romanzo, contenti come salire sulle montagne russe e aver provato un brivido di gioia e piacere. La grande capacità di analisi storica e cinematografica si mescolano perfettamente con il genere, crudo e cattivo designato da Lenzi, che non indugia a nascondere o eludere temi scottanti, ma dipinge un mondo dove le ombre oscurano le luce dei set e dietro alle facciate luccicante delle riprese, esiste corruzione e malaffare. Il personaggio di Astolfi è un tipo anarchico, tutto d’un pezzo, fuma molto e beve solo Fernet, per questo ci si affeziona e s’osserva gli avvenimenti tramite i suoi occhi disillusi, perché la vita come la storia è spesso nera e la luce s’intravvede in piccoli sprazzi di verità.

Voto 7 

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