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Pinot Gallizio
La Gibigianna, magia e illusione
L’allestimento espositivo ricrea volutamente le sale di una galleria privata
Alla GAM Torino, Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea, dal 20 settembre al 18 novembre 2007

 




                     di Loredana Carena


La stagione espositiva autunnale della GAM di Torino si apre con la mostra dedicata al ciclo pittorico La Gibigianna realizzato nel 1960 dall’artista albese Pinot Gallizio. Si tratta di un vero e proprio evento considerando il fatto che il ciclo venne esposto soltanto cinque volte in poco meno di cinquantanni e che è rimasto integro grazie alla lungimiranza del gallerista tedesco Otto van de Loo che, quando nel 1962 lo espose nella sua galleria di Monaco di Baviera, decise di acquistarlo in toto. Ed è proprio dalla stessa famiglia van Loo che la GAM di Torino è ora riuscita ad inserirlo nella propria collezione permanente del Novecento grazie al contributo della Fondazione per l’Arte Moderna e Contemporanea CRT che, da un iniziale accordo per ottenere le opere in comodato, è riuscita ad acquistarle definitivamente.

L’allestimento espositivo ricrea volutamente le sale di una galleria privata, ovvero quell’ambiente dove per la prima volta il pubblico vide i cinque quadri e le due tele (l’ottavo quadro, che nella sequenza cronologica appare come il sesto, verrà dipinto da Gallizio poco tempo dopo gli altri sette) della Gibigianna, opera fondamentale nell’attività di Pinot Gallizio, il quale si accostò alla pittura ormai cinquantenne.

Dopo la laurea in Chimica e Farmacia presso l’Università di Torino nel 1924, Gallizio apre una farmacia ad Alba, sua città natale, che chiude dopo undici anni di attività nel 1941 per dedicarsi alla produzione di erbe medicinali e aromatiche, prodotti chimici ed industriali, particolari lavorazioni di trementina ovvero alla così detta “chimica vegetale”. Personaggio poliedrico e sensibile a tutto ciò che è legato alla sua terra, Gallizio coltiva l’interesse per l’archeologia e la geologia e ripristina antiche tradizioni locali, quali il Palio degli Asini. Non dimenticando l’impegno politico, ricopre la carica di Consigliere Comunale ad Alba per oltre un decennio dopo avere partecipato alla lotta partigiana di liberazione.

L’incontro con la pittura avviene nel 1952 in seguito alla conoscenza del pittore torinese Pietro Simondo che lo avvia verso le prime sperimentazioni in campo artistico con l’impiego di resine naturali. L’approdo decisivo di Gallizio all’arte avviene nel 1955 quando incontra casualmente ad Albisola Marina (Savona) il giovane e già affermato artista danese Asger Jorn, fondatore nel 1948 con Alechinsky, Constant, Corneille e Appel del gruppo COBRA (acronimo delle città d’origine degli artisti: Copenaghen, Bruxelles e Amsterdam) e sostenuto dal gallerista Otto van de Loo. In quello stesso anno Jorn, Gallizio e Simondo fondano ad Alba il “Primo laboratorio di esperienze immaginiste”, subito ribattezzato “Laboratorio sperimentale”, con la finalità di superare l’aspetto eccessivamente razionale e programmatico del fare pittura e cercando di recuperare quelle tematiche teosofiche, meno indagate, della prima Bauhaus fondata a Weimar nel 1919 da Walter Gropius

A conferma della continua sperimentazione, nel 1957 Gallizio elabora e realizza i primi esempi di rotoli di pittura industriale, ovvero una pittura provocatoriamente fatta e venduta a metro, mercificata come un qualsiasi oggetto anonimo e d’uso comune. In questa elaborazione Pinot, aiutato dal figlio Giorgio (Gios Melanotte), dà vita ad un segno pittorico energico, variato, pluridirezionale ovvero informale, dove è difficile scorgere quelle forme antropomorfe e psicogeometriche che di lì a poco caratterizzeranno il ciclo della Gibigianna.

Fase antecedente alla Gibigianna è la pittura realizzata per la Caverna dell’antimateria, vale a dire una concretizzazione pratica della teoria dell’antimondo, una versione in chiave spiritualista dei principi dell’antimateria elaborata alla fine degli anni Quaranta dal fisico italiano Francesco Pannaria. Si tratta di un momento di “nuova rinascenza”, di un nuovo modo da parte di Gallizio di vedere e di fruire la pittura che, da semplice esperienza visiva, diventa un’esperienza plurisensoriale. Nel maggio del 1959, infatti, l’artista inaugura alla Galleria Drouin di Parigi la mostra intitolata “Caverna dell’antimateria”, ovvero una vera e propria costruzione di un ambiente pittorico, essendo l’interno della galleria totalmente rivestito dal pavimento al soffitto con tele dipinte da Gallizio e dal figlio. Con questo allestimento si chiede ai visitatori di entrare fisicamente nella pittura osservando, toccando, ascoltando e annusando ciò che li circonda, seguendo quindi l’esortazione dell’autore di “camminarci sopra”.

Nel 1960 avviene la svolta nella produzione di Gallizio: il ritorno alla dimensione ridotta del quadro e l’uso di segni geometrizzanti in funzione vagamente antropomorfa. Ed è proprio il ciclo pittorico della Gibigianna a sancire questo cambiamento: otto tele che raccontano la “triste e lagrimosa storia del re di pipe” esposte per la prima volta nella storica Galleria Notizie di Torino, diretta da Luciano Pistoi, e, successivamente, commentate da Maurizio Corgnati con strofe in rima baciata nella pubblicazione monografica a colori, Pinot Gallizio. La Gibigianna. L’uomo di Alba, edita dai Fratelli Pozzo di Torino nel 1960. Al valore artistico delle tele si affianca una valenza narrativa di una sorta di pittore – cantastorie. “E – come scrive la curatrice della mostra, Maria Teresa Roberto, nel testo in catalogo – l’ambiguità si ripresenta nella titolazione dei singoli elementi: Quadro primo, Quadro secondo, […] in una elencazione che può evocare il susseguirsi dei fondali di uno spettacolo di piazza, o ricordare, su un versante opposto, le sigle numeriche che identificano le opere di molti pittori americani dalla fine degli anni Quaranta, Pollock e Still, Rothko e Reihardt.”

Del processo creativo della Gibigianna non esistono appunti, schizzi o note sui diari di Gallizio a differenza di ciò che l’artista era solito fare quando si accingeva ad affrontare un nuovo tema pittorico. Quindi questo tour de force creativo, composto da otto tele di grande formato realizzate in pochissimo tempo, ci appare in un istante ideativo ed esecutivo come una sorta di magia, di sortilegio, di fugace luccichio come spiega l’etimologia stessa della voce lombarda gibigianna. L’unicità del ciclo pittorico consiste, inoltre, nel fatto che l’artista riutilizzò i rotoli di pittura industriale del pavimento della Caverna dell’antimateria, scoperta recente avvenuta proprio in occasione dell’analisi e dello studio accurato, effettuati sulle opere durante la preparazione della mostra alla GAM di Torino.

L’attività creativa di Gallizio, pittore ormai consacrato sulla scena artistica internazionale, continua con i cicli de La Storia di Ipotenusa (1962) e Le Notti di Cristallo (1962) per concludersi  nel 1964 con L’Anticamera della Morte, un mobile – ambiente in cui l’artista colloca alcuni oggetti che hanno accompagnato la sua vita, dipingendoli di nero, e con la serie dei nel medesimo anno proprio quando Maurizio Calvesi stava organizzando la sala personale di Gallizio alla XXXII Biennale Internazionale d’Arte di Venezia che diventerà, quindi, complice l’inatteso destino, un omaggio postumo all’artista di Alba e dell’Internazionale Situazionista.

Info “Pinot Gallizio. La Gibigianna”, mostra a cura di Maria Teresa Roberto.

GAM- Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea – via Magenta n. 31 – Torino – Tel. 011/ 4429518. Tutti i giorni 10 – 18, chiuso il lunedì; la biglietteria chiude un’ora prima. Ingresso: 7,50 € intero; 6,00 € ridotto; gratuito il primo martedì del mese.

Voto 8 

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