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Elogio della Lingua Napoletana
Non solo mare e profumi intensi

 


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  20/10/2017 - 22:00

 

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Elogio della Lingua Napoletana
Non solo mare e profumi intensi
Viva Napoli
Vivace capitale culturale

 




                     di Giovanna Checchi


Festival di Napoli


Perla del Mediterraneo da sempre vivace capitale culturale, chiassoso porto di mare, crocevia di popoli, di tradizioni, di odori, di sapori, di suoni, Napoli evoca nel nostro immaginario i colori mediterranei del golfo, i profumi intensi dei babà, delle sfogliatelle, della pastiera, del basilico e del pomodoro delle pizze appena sfornate, le sonorità delle canzoni, il sangue di San Gennaro, l'arte sublime dei suoi pittori, delle chiese, dei freschi chiostri, i cortili dei palazzi barocchi, la inesauribile simpatia di genii comici come Totò... ma non ci soffermiamo mai a ragionare su quella meraviglia che è la lingua napoletana: un grande millefoglie composto di stratificazioni latine, francesi, spagnole, addirittura di slang americano. Ammettiamolo, perfavore. Addirittura c'è ancora qualcuno che, con la puzza al naso, sostiene che "questo dialetto proprio non si capisce". Alle soglie del Duemila ancora questo tormentone dell'incomprensibilità? Prima di tutto il napoletano non è un dialetto ma una vera e propria lingua (magari nemmeno troppo studiata visto che nei primi anni Ottanta - in occasione del mio esame universitario di Dialettologia - mi venne caldamente sconsigliato di prepararmi su tale argomento data la mancanza di studi "scientifici") e poi a mali estremi estremi rimedi: se proprio non decifrate nulla perché non vi abbandonate alla sua straordinaria musicalità? E non provate a replicare di non aver mai provato un brivido, un sussulto, una qualsiasi cosa, ascoltando le canzoni napoletane classiche o quelle contemporanee di Pino Daniele o dei 99 Posse perché "nun ce credo". Inoltre questa lingua, straordinariamente musicale, è stata usata sia da comici che da drammaturghi che l'hanno anche "esportata" con grande successo. Basti pensare a Silvio Fiorillo , primo drammaturgo della Commedia dell'Arte a inserire Pulcinella in un'opera a stampa , ad Antonio Petito , a Eduardo Scarpetta , a Totò, per arrivare fino a Massimo Troisi. Pensiamo poi a quel genio di Eduardo De Filippo che tra le mille cose che ha scritto e portato in scena ha pensato bene di tradurre La tempesta di Shakespeare proprio in napoletano, dando alle stampe un capolavoloro assoluto. Capolavoro non troppo compreso (forse per i soliti maledetti problemi di snobismo linguistico) e passato sotto silenzio. Qual'è la peculiarità di questa lingua così adatta al mezzo teatrale e cinematografico? Avere di per sé un ritmo interno e offrire, al tempo stesso, dei tempi comici insuperabili grazie all'uso insistito di un termine e delle sue varianti. Se avete presente i giochi linguistici di Totò; del tipo "a che serve una serva che non serve?" oppure del più noto "dica duca" avete già capito quello che voglio dire. Qualche esempio? Partiamo dal "padre" di Pulcinella, Silvio Fiorillo, comico, drammaturgo, padre di attori . Nella sua commedia La Lucilla costante, del 1632, fa pronunciare a Policinella le seguenti battute: "Chi è, chi chiama, chi sfonola, chi tozzola la porta della casa nostra?" (Atto II, scena 3) "Amici siammo, e le vorze comatanno, a che serve a dicere amice amice, penza ca saranno amice amice, ca io non aggio nemice. Chi è, è, è?" (Atto II, scena 3) "A te puro voglio sbodellare, smatricolare, scannare, scortecare, desossare, squartare e sbufarare" (Atto V, scena 2) "E a me nesciuno me passe de contentaresse, cercateme tutto ca me contento, stracontento contentessemamente". (Atto V, scena 12) Queste frasi scritte oltre tre secoli fa non vi ricordano forse le battute strascicate e insistite di Troisi e del suo gruppo La smorfia di quando recitavano in televisione sketches come quello, divertentissimo, di "Annunciaziò, annunciaziò"? Per dimostrare la spiccata teatralità della lingua partenopea concludo con la battuta con la quale Prospero, nel quinto atto de La tempesta di Shakespeare, annuncia la sua decisione di rinunciare alla magia. La battuta è qui riportata in ben quattro lingue: inglese (ovvero la versione originale) e le rispettive traduzioni in francese, italiano e napoletano. A voi l'ardua sentenza

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