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Intervista a Marco Bellocchio, il regista de
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  21/11/2018 - 06:51

 

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Marco Bellocchio
L'autore de
Il regista piacentino in concorso a Cannes con

 

                      di Paolo Boschi



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Al cinema Alfieri di Firenze per il secondo appuntamento dell’iniziativa Atelier Europa 2002, rassegna di incontri con i protagonisti del cinema europeo, Marco Bellocchio ha presentato in anteprima il suo ultimo film L’ora di religione, che rappresentarà l’Italia in concorso a Cannes.

Qual è stato il punto di partenza del film?
Devo dare una risposta abbastanza ovvia, considerando che l'ho sentita dare anche da altri registi: un film parte sempre da un’immagine, da delle parole, non da un proposito o da un determinato teorema da dimostrare. Tanto più per questo film, di cui ricordo un preciso aneddoto di partenza: eravamo a Bobbio, a girare un piccolo cortometraggio, guarda caso con un attore con cui sono molto amico, Gianni Schicchi Gabrieli, nella casa in cui avevo girato I pugni in tasca, insomma in poche parole lui, rispondendo a mio figlio, che interpretava un altro personaggio, gli ha detto: “Tua madre è una santa”. Ecco, questa espressione evidentemente mi ha suggerito degli spunti assolutamente imprevisti, su cui è nata una storia, si sono accavallate altre immagini, cose pensate in ordine sparso che poi in qualche modo sono confluite in un’unica storia, dotata di una sua economia e di una propria struttura. Un’altra cosa che ha motivato il titolo L’ora di religione è proprio l’inquietudine di un bambino che io ho conosciuto che esattamente ha detto a sua madre (scena rielaborata anche nel film) che, se Dio è onnipresente, dove sta la propria libertà, come può uno chiudersi in se stesso, riflettere, pensare, essere libero. E la madre non ha saputo rispondere: qui nasce il conflitto, qui nasce se non un problema proprio la necessità di una risposta da parte del padre, interpretato da Castellitto, una risposta affettiva, passionale, non tanto razionale. Poi il film si è sviluppato in un’altra direzione, ma non è nato da un imperativo morale.
La scelta di Castellitto è stata chiara fin dal primo momento?
Per essere sinceri in fase di scrittura della sceneggiatura ancora non avevo pensato al suo nome, ma è diventata una scelta per me abbastanza certa in seguito. Anche i grandi attori alcune volte accettano di fare provini, in questo caso non ce n’è stato bisogno perché ho proposto direttamente io a Sergio di fare il film ed il risultato, il rapporto tra noi, è stato splendido nel senso che è stato dinamico, fortemente dialettico, creativo in un certo senso. Castellitto si è rivelato un attore molto propositivo, prezioso nel suggerire parole, comportamenti, immagini, sia a livello della sceneggiatura, sia a livello delle riprese, sia a livello del montaggio, per esempio: lui ha dato suggerimenti e proposto idee di montaggio che poi sono diventate il montaggio definitivo. In questo senso è stato un rapporto eccellente.
Nel film c’è un bambino che si pone grandi domande...
Certamente, è un personaggio disarmante, ed importante, per quanto si tratti di un personaggio secondario. Molto spesso gli adulti sopravvalutano e attribuiscono a certe domande dei bambini, a certi comportamenti o situazioni un peso di angoscia e di inquietudini che in realtà non c’è. Porto l’esempio di mia figlia che inaspettatamente mi ha chiesto di essere esonerata dall’ora di religione non perché è diventata atea ma perché preferisce fare un’ora di scherma. In un certo senso il discorso sull’ora di religione è un discorso di principio: io sono un laico, ma non ritengo che l’ora di religione sia un pericolo per i bambini, sono quei principi, quei riti, quelle affermazioni che poi, volendo improvvisamente rifiutarle, fanno scattare un’intolleranza inaspettata.
Come risponde alle polemiche che il film ha suscitato?
Una giornalista mi ha chiesto di rispondere agli attacchi al film da parte delle associazioni cattoliche: mi si accusava di avere da sempre, fin da I pugni in tasca, un atteggiamento contro la famiglia, contro la chiesa. Ma non è così. Sicuramente nel film è implicita una posizione laica, ma quello che a me interessava cogliere era la passionalità del protagonista, la sua capacità di innamorarsi ancora di una ragazza, di percepire a differenza dei suoi fratelli una figura materna un po’ misteriosa ma pur sempre una donna comune. L’affermazione del suo ateismo consiste nell’innamorarsi di una donna. Nonostante che si riconosca alla Chiesa ed alla religione una serie di operazioni e di cose ammirevoli che aiutano la società, poi stranamente, su certi punti scatta un’inaspettata intolleranza, che non immaginavo.

Voto 8 

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