Presentazione Mostra del cinema di Venezia 2011
Seconda puntata special Mostra del cinema di Venezia 2011
Terza puntata special Mostra del cinema di Venezia 2011
Bilancio Mostra del cinema di Venezia 2011
Se il concorso nella prima parte del festival, ha dimostrato di avere dalla sua opere di valore e sorprese inaspettate, andiamo per un attimo a sondare le altri sezioni. In orizzonti sono emerse pellicole di valore, come: The orator di Tusi Tamasese, che con naturale maestria sa raccontare una storia samoana con occhio partecipe e una consapevole andatura narrativa; altro entusiasmo espresso viene da Hail di Courtin-Wilson, dove il trasporto amoroso viene trasmesso da un racconto umano pieno di sentimento e coinvolgente fino alla fine; poi Cut di Amir Naderi, atto d’amore in terra giapponese per un cinema d’autore militante ma fiero di esistere sia
storicamente che nel corpo ferito e ossessionato del protagonista alla ricerca di un nuovo credo cinefilo in una via crucis di redenzione. La settimana della critica invece non ha messo sul piatto film di forte impatto, se da una parte
c’è il cinema freddo e privo di spessore come El campo di Belon, dall’altro c’è
l’irruenza formale, non sempre controllata, ma fiera di esprimere un intento di
regia di Marécages di Edoin.
Per ritornare al concorso ufficiale, si è potuto vedere il cinema spionistico di Tinker, Tailor, soldier, Spy di Tomas Alfredson, tratto da La Talpa di Le Carré, che rimanda ad un cinema del passato abilmente
costruito sulle traiettorie del genere, disegnando un quadro europeo in bilico
su una serie di complotti e misteri, segno di un continente ancora scisso nelle
sue radici storiche. Altro genere e altra risposta con Texas killing fields
della figlia di Michael Mann, Ami Canaan, ispirato ad eventi realmente accaduti
su un killer spietato e della ricerca affannosa di due detective, risucchiati
da atmosfere cupe e da buchi di sceneggiatura, che non impediscono a questo
noir di essere coinvolgente e quanto meno riuscito. Il film a sorpreso, come
accaduto altre volte, è cinese e s’intitola Ren shan ren hai di Shangjun Cai e
vede il protagonista Lao Tie alla ricerca di chi gli ha ucciso il fratello
minore, nonostante i problemi che lo assillano. Dopo anni di lavoro in città è
tornato senza un soldo alla sua sperduta comunità di montagna. Sebbene la
polizia abbia accertato che l’assassino è l’ex carcerato Xiao Qiang del
villaggio vicino, non è riuscita a evitarne la fuga. Lao Tie decide allora di
dargli la caccia. Un opera forte, decisa a raccontare la Cina dell’interno,
dove le regole non sono uguali per tutti e la sofferenza è la prassi di un
tessuto sociale sfilacciato, e il regista Cai sonda con abile e caustica
visione e il livore della protesta rimane alto. Parzialmente riuscito
l’israeliano The Exchange di Kolirin, nel radiografare una vita di un uomo alla
ricerca di uno spazio vitale nuovo, correlandosi diversamente a quello che lo
circonda, ma non sempre lo stile affascina. Life without principle di To,
nel mettere in scena tre storie di persone in crisi economica in questo momento
storico, dove le borse crollano e la finanza globale è colpevole dei dissesti
di bilanci di molte nazioni mondiali, non risulta efficace le sue capacità
balistiche dietro la macchina da presa, anche se alcune zampate sono presenti.
Anche Ferrara non entusiasmo con il suo apocalittico 4:44 last day on earth,
ripiegato su se stesso nelle ossessioni del regista nel chiudersi in un
pessimismo referenziale, poco graffiante e spesso omologato . Sempre per
continuare con il concorso, Himizu di Sion Sono è un film sul Giappone d’oggi,
scisso e diviso nelle sue diverse contraddizioni, dove i giovani non riesco a
trovare un loro futuro e dove lo scenario della catastrofe atomica apre una
crepa profonda, dove inghiotte grottescamente un reale squilibrato e senza morale.
Bellissimo lo struggente A simple Life di Ann Hui, su una donna sofferente di
Alzheimer, vivisezionato con un tocco sensibile e mai ricattatorio, capace di
tratteggiare un presente con sensibilità e attento dei particolari e nei
leggeri moti d’animo. Ruvido e sanguigno Wuthering
heights della Arnold, che rilegge Cime tempestose della Bronte, con una
rivisitazione nebbiosa, in un territorio ostile dove i sentimenti trovano spesso
la strada della violenza e l’amore sfocia con un urgenza carnale liberatoria
furente e vitale. Da vedere. Il Faust del regista russo Sokurov è un opera
possente, barocca e intrisa non solo del pensiero di Goethe, ma prende la
strada di una rivisitazione aperta all’oggi, sorprendendo ad ogni inquadratura
e cambio di registro, dove lo stile del regista di Taurus si esalta nel rilanciare le aspettative dello spettatore in un gioco visuale di lucente bellezza. Vedere la nuova pellicola di Friedkin in concorso ci fa un grande piacere e Killer
Joe è pienamente riuscito nel dare vita ad una famiglia di spacciatori
decisi di assoldare un killer per uccidere la scomoda madre. In questa sarabanda di equivoci e situazioni assurde da commedia nera, nessuno si salva e solo il senso egoista della sopraffazione è l’unico motivo per poter esistere
nell’America odierna. Per chiudere, parliamo delle ultime due opere italiane in
gara. Imbarazzante Quando la notte della Comencini, incapace di coinvolgere con
questa storia d’amore speciale, che vive di stereotipi e scene piatte; mentre il debutto di Gipi con L’ultimo terrestre, non convince appieno, poiché il messaggio degli umani soli e disperati alla ricerca di un modo per potersi
salvare spaventa anche i docili extraterrestri in visita sul nostro pianeta, non sempre è chiaro e la mano da regista non è pienamente salda in ogni passaggio narrativo. A questo punto i favoriti sulla carta, rimangono Carnage,
Idi di marzo, Faust e Shame. La caccia al leone d’oro è aperta.
Voto
8