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  09/06/2026 - 11:41

 

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Venezia 68
Sempre di più cinema
Terza puntata special di Scanner sulla Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica
Dal 31 agosto al 10 settembre 2011 al Lido di Venezia

 




                     di Matteo Merli


Presentazione Mostra del cinema di Venezia 2011
Seconda puntata special Mostra del cinema di Venezia 2011
Terza puntata special Mostra del cinema di Venezia 2011
Bilancio Mostra del cinema di Venezia 2011


Se il concorso nella prima parte del festival, ha dimostrato di avere dalla sua opere di valore e sorprese inaspettate, andiamo per un attimo a sondare le altri sezioni. In orizzonti sono emerse pellicole di valore, come: The orator di Tusi Tamasese, che con naturale maestria sa raccontare una storia samoana con occhio partecipe e una consapevole andatura narrativa; altro entusiasmo espresso viene da Hail di Courtin-Wilson, dove il trasporto amoroso viene trasmesso da un racconto umano pieno di sentimento e coinvolgente fino alla fine; poi Cut di Amir Naderi, atto d’amore in terra giapponese per un cinema d’autore militante ma fiero di esistere sia storicamente che nel corpo ferito e ossessionato del protagonista alla ricerca di un nuovo credo cinefilo in una via crucis di redenzione. La settimana della critica invece non ha messo sul piatto film di forte impatto, se da una parte c’è il cinema freddo e privo di spessore come El campo di Belon, dall’altro c’è l’irruenza formale, non sempre controllata, ma fiera di esprimere un intento di regia di Marécages di Edoin.
Per ritornare al concorso ufficiale, si è potuto vedere il cinema spionistico di Tinker, Tailor, soldier, Spy di Tomas Alfredson, tratto da La Talpa di Le Carré, che rimanda ad un cinema del passato abilmente costruito sulle traiettorie del genere, disegnando un quadro europeo in bilico su una serie di complotti e misteri, segno di un continente ancora scisso nelle sue radici storiche. Altro genere e altra risposta con Texas killing fields della figlia di Michael Mann, Ami Canaan, ispirato ad eventi realmente accaduti su un killer spietato e della ricerca affannosa di due detective, risucchiati da atmosfere cupe e da buchi di sceneggiatura, che non impediscono a questo noir di essere coinvolgente e quanto meno riuscito. Il film a sorpreso, come accaduto altre volte, è cinese e s’intitola Ren shan ren hai di Shangjun Cai e vede il protagonista Lao Tie alla ricerca di chi gli ha ucciso il fratello minore, nonostante i problemi che lo assillano. Dopo anni di lavoro in città è tornato senza un soldo alla sua sperduta comunità di montagna. Sebbene la polizia abbia accertato che l’assassino è l’ex carcerato Xiao Qiang del villaggio vicino, non è riuscita a evitarne la fuga. Lao Tie decide allora di dargli la caccia. Un opera forte, decisa a raccontare la Cina dell’interno, dove le regole non sono uguali per tutti e la sofferenza è la prassi di un tessuto sociale sfilacciato, e il regista Cai sonda con abile e caustica visione e il livore della protesta rimane alto. Parzialmente riuscito l’israeliano The Exchange di Kolirin, nel radiografare una vita di un uomo alla ricerca di uno spazio vitale nuovo, correlandosi diversamente a quello che lo circonda, ma non sempre lo stile affascina. Life without principle di To, nel mettere in scena tre storie di persone in crisi economica in questo momento storico, dove le borse crollano e la finanza globale è colpevole dei dissesti di bilanci di molte nazioni mondiali, non risulta efficace le sue capacità balistiche dietro la macchina da presa, anche se alcune zampate sono presenti. Anche Ferrara non entusiasmo con il suo apocalittico 4:44 last day on earth, ripiegato su se stesso nelle ossessioni del regista nel chiudersi in un pessimismo referenziale, poco graffiante e spesso omologato . Sempre per continuare con il concorso, Himizu di Sion Sono è un film sul Giappone d’oggi, scisso e diviso nelle sue diverse contraddizioni, dove i giovani non riesco a trovare un loro futuro e dove lo scenario della catastrofe atomica apre una crepa profonda, dove inghiotte grottescamente un reale squilibrato e senza morale. Bellissimo lo struggente A simple Life di Ann Hui, su una donna sofferente di Alzheimer, vivisezionato con un tocco sensibile e mai ricattatorio, capace di tratteggiare un presente con sensibilità e attento dei particolari e nei leggeri moti d’animo. Ruvido e sanguigno Wuthering heights della Arnold, che rilegge Cime tempestose della Bronte, con una rivisitazione nebbiosa, in un territorio ostile dove i sentimenti trovano spesso la strada della violenza e l’amore sfocia con un urgenza carnale liberatoria furente e vitale. Da vedere. Il Faust del regista russo Sokurov è un opera possente, barocca e intrisa non solo del pensiero di Goethe, ma prende la strada di una rivisitazione aperta all’oggi, sorprendendo ad ogni inquadratura e cambio di registro, dove lo stile del regista di Taurus si esalta nel rilanciare le aspettative dello spettatore in un gioco visuale di lucente bellezza. Vedere la nuova pellicola di Friedkin in concorso ci fa un grande piacere e Killer Joe è pienamente riuscito nel dare vita ad una famiglia di spacciatori decisi di assoldare un killer per uccidere la scomoda madre. In questa sarabanda di equivoci e situazioni assurde da commedia nera, nessuno si salva e solo il senso egoista della sopraffazione è l’unico motivo per poter esistere nell’America odierna. Per chiudere, parliamo delle ultime due opere italiane in gara. Imbarazzante Quando la notte della Comencini, incapace di coinvolgere con questa storia d’amore speciale, che vive di stereotipi e scene piatte; mentre il debutto di Gipi con L’ultimo terrestre, non convince appieno, poiché il messaggio degli umani soli e disperati alla ricerca di un modo per potersi salvare spaventa anche i docili extraterrestri in visita sul nostro pianeta, non sempre è chiaro e la mano da regista non è pienamente salda in ogni passaggio narrativo. A questo punto i favoriti sulla carta, rimangono Carnage, Idi di marzo, Faust e Shame. La caccia al leone d’oro è aperta.

Voto 8 

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