Non sono in sei, ma in cinque più uno. Sembra di giocare al
Superenalotto, oppure di stilare uno schema da formazione calcistica. I Vedovi Neri, con le facce
bianche rigate e venate di nero come se fossero usciti dallo Spoon River, apparentemente cadaveri, si ritrovano per
proporre ai loro pari e compari, complici di camini e brandy, di chiacchierate
forbite tra buon cibo e illazioni, per discutere sui
casi che il mondo, là fuori, distante dalla loro alta cultura, dal loro
cenacolo d’elite, porta alla deriva. Cinque signori (la citazione e riduzione arriva dalle raccolte di racconti di Isaac Asimov)
benestanti, in giacca e panciotto, cinque signori che spostano la bilancia del
mondo, un circolo Pickwick,
un Tea party con altre, nuove, ferree regole al suo interno. Ma potremmo dire anche una P2, una
loggia massonica, una sezione del Eyes Wide Shut ma senza donne
svestite. Le disamine, le analisi, le divagazioni letterarie, le rimembranze
poetiche attorno alle lacrime di buon alcool invecchiato che colano nel calice,
la dialettica sopraffina ci mostrano un mondo che, dall’alto di Villa Caruso occhieggia il mondo, senza
superiorità, né alterigia, né presunzione, ma con la netta sensazione di
poterlo capire, decifrare, risolvere. Come un’equazione, come
un teorema, come un batterio sotto il vetrino del laboratorio. Ed infatti sarà così. Con la ragione, con la speculazione
cerebrale si raggiungono tutte le soluzioni. E’ questa l’illusione umana. E’
l’uomo razionale che vince sulle tenebre, ma anche sull’ignoranza,
sull’istintività, sull’animalità, sulla banalità. Cinque mister, un maggiordomo
ed un caso da risolvere. Nessun omicidio stavolta,
state sereni. La frase “E’ stato il maggiordomo” rimane la più gettonata.
Henry, il suo nome, riassume l’intelligenza di chi sa ascoltare e poi rimette
sul piatto spiegazioni logiche senza punti deboli. Potrebbe
essere il maggiordomo, altero e puntuale, senza sbavature, di Batman. I
magnifici cinque, dicevamo: c’è Geoffrey Avalon,
avvocato distinto, Mario Gonzalo, artista tutto vestito di bianco, Immanuel
Rubin, scrittore fallito di noir, l’agente segreto Thomas (il
puntuale Alberto Orlandi che tira le fila, già protagonista ed
animatore delle cene con delitto della Compagnia del Giallo), Andy O’Brian,
l’ospite della serata (Alessandro Riccio, dal Mese Mediceo passando per il
Tango, la Magia, l’Opera, il Cabaret Deluxe). Stavolta il dilemma è tutto numerico e matematico. E gli italiani, si sa, non sono così ferrati in materia. C’è la congettura di Golbach sullo sfondo, la teoria, mai del tutto argomentata e dimostrata, che spiegherebbe come tutti i numeri pari superiori a 2 siano la somma di due numeri primi. Nella finzione
scenica un matematico d’origine greca, James Georgatos, pensava di essere riuscito ad arrivare ad avvicinarsi ad un plausibile dipanarsi del dubbio amletico, ma un altro studioso del ramo ne avrebbe sottratto i dati dal computer, attribuendosi i meriti della scoperta. Qui entrano in gioco gli spettatori-ospiti, seduti in tavoli dai nomi di quartieri
newyorkesi, che, tra straccetti in forno con besciamella e arista, con la bocca
piena, discutono, con carta e penna alla mano, sulle varie combinazioni possibili per raggiungere una spiegazione degna, congrua, accettabile. Si consultano fogli e carte passate dal solerte cameriere in frac, si discute a
tavola come se fosse un consiglio d’amministrazione. Ognuno vuol far passare la
propria idea, ed allora scattano le votazioni, le mani in alto, le primarie
d’odore pidiano. La soluzione, armatevi di pazienza alla ricerca dei dettagli, non è così scontata, né semplice. Ci vuole arguzia,
ingegno. Ci vuole orecchio.
Voto
7 +
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