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Gogmagog
Trenta
Un progetto di Luca Scarlini per Gogmagog. Con Cristina Abati, Carlo Salvador, Tommaso Taddei
Con il contributo di CAB008, Firenze Estate 2010 Comune di Firenze, Scandicci Cultura, Regione Toscana. Visto al Festival In Equilibrio – Armunia, Castiglioncello il 19 novembre 2010

 




                     di Tommaso Chimenti


Una sorta di Un giorno in Pretura teatrale o di “Storie maledette”, con la ricostruzione del caso parodiata con tratti di commedia. Gli armadietti dove i tre Gogmagog (nella formazione originaria: Tommaso Taddei, Carlo Salvador hanno recentemente lavorato con gli Egumteatro, e Cristina Abati) si cambiano rievocano vocazioni calcistiche che ritornano nel numero dei capitoli, undici, elemento primo, solitario come da volume recente stregato, come i calciatori immutandati a rincorrersi. Sfugge l’etimologia di quel “Trenta” del titolo, l’unico aggancio possibile potrebbe essere nei giorni, citazione dal testo di Scarlini, di clausura di Hitler nel bunker prima dell’autoprodotta fine. Ma trenta è anche la mezz’ora, quando ormai hai studiato i punti deboli dell’avversario, se di rimandi d’erba e porta e pallone continuiamo a trattare, così come la fine è sottolineata da tre fischi consecutivi come usa fare a centrocampo l’arbitro (“severo fischiava, tutti perché”, Luca Carboni, “Silvia lo sai”). Contare fino a trenta a volte sembra impossibile. In nero, come mimi, come maschere, prendono le forme e le sembianze di assassini più o meno seriali della nostra epoca, tutti tricolori (anche così si festeggiano i 150 anni dell’Unità dello Stivale!) passando dai televisivi Erika e Omar (anche ne La vita bassa di Marco Calvani), a Pietro Maso (affrontato meglio da “Col sole in fronte” del Balletto Civile) in versione disco con foulard maculato e inflessione da vitellone del nord, molto Jerry Calà, alla saponificatrice di Correggio, la Cianculli che faceva biscotti e soap dalle proprie vittime, il delitto tra condomini di Erba. Una retrospettiva sul sangue e l’efferatezza delle uccisioni che lascia alquanto indifferenti. Un microfono a lato accenna ed intavola l’episodio successivo (e qui viene alla ribalta il metodo del Teatro Sotterraneo) con un presentatore baudesco, maitre di sala, dispensatore delle nuove slide, battitore d’asta, relatore, banco da casinò che tira su i numeri della lotteria. Ritorna questa vena noir e sanguinolenta alla quale, evidentemente i Gog si sentono vicini e solidali artisticamente: c’era ne “Il ristorante dai molti piatti” come in Quanto mi piace uccidere con Taddei nelle mani di Virginio Liberti. Ecco cannibali e sensi di colpa, la nostra mente televisiva ci trasporta Hannibal ed Il silenzio degli innocenti, Arancia Meccanica. Il connubio, che all’inizio sembra essere la traccia predominante e prevalente, tra l’istituzione della Famiglia, la Chiesa e la violenza, di per sé interessante e da approfondire, si scioglie con il flusso delle scenette, ridotte a pure gag dove si evince la potenza di Taddei nei ruoli macabri e folli, nel suo sguardo allucinato, la morbosità di certi particolari, marmellate rosse impastate, di manichini colpiti ed accoltellati. Rimane ben poco altro. Si ride esorcizzando lo schema che rende la vittima sacrificale inerme e senza voce, portando al centro della scena la mano omicida che si fa divina. Salvador nella parte di Pacciani e dei suoi compagni di merende (somiglia a Giovannone, il macellaio di “Amici miei” che aveva violentato la figlia del Mascetti o, di tutt’altra risma, Cecchini, poeta e cicciaio di Panzano) è dirompente ed energico. Sua la miglior battuta: “To beef or not to beef”. Qui non c’è la stupidità del male, la sua inutilità. Forse più l’ignoranza, la sua sottovalutazione. Insomma, oltre il danno, la beffa.

Voto 5 ½ 

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