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Compagnia Quotidiana.com
Sembra ma non soffro
Un nuovo catalogo di necessità, di e con Paola Vannoni, Roberto Scappin
A San Sepolcro produzione Kilowatt Festival 2010

 




                     di Tommaso Chimenti


"Non posso cadere sulle mie ginocchia. E ti chiedo scusa perché non è nel mio stile” (“On my knees”, The 411). “Ritornerò in ginocchio da te” (Gianni Morandi).

Se l’anno scorso la tragedia era tutta esteriore, quindi di facciata, superficiale, bidimensionale, e quindi anche finta, falsa e fasulla, questa nuova prima dei riminesi Quotidiana.com, trova un gancio, un appiglio, rivalsa e rivoluzione dicendoci che, per estrema difesa e vulnerabilità, la loro sofferenza, turbamento, disequilibrio, sconfitta, è soltanto di forma. Le domande assillano, si muovono come api nell’alveare, danzano, sbalzano e sobbalzano, tagliano ferite che cercano di rimarginarsi. Senza dottori e non essendo Rambo a cucirsi da soli la pelle. E urlando piano “Sembra ma non soffro” è come se volessero allontanare l’attenzione da loro, spegnere l’occhio di bue che ti inchioda alla vita, immergersi nel buio del proprio dolore, che gli altri possono solo attenuarlo, ma non capirlo fino in fondo. Non ci sono orecchie ad ascoltarci. Ancora neon, che è una luce violenta, che straccia i corpi e li fa vedere come proiezioni di ombre con colori accesi sparati da renderti clown deformato. In “Tragedia” erano blu, stavolta bianchi. Candidi come gli inginocchiatoi da chiesa che li ospitano, ognuno nel suo metro quadro di libertà, quella individuale, come un cane al guinzaglio corto, compressa ed oppressa da Chiesa, religione, religiosità, codici morali e sociali che disegnano gabbie nelle quali dover soppesare parole, giudizi da dover sopportare, categorie da dentro o fuori, da accettazione o repulsione, da buoni e cattivi. E creano, con quel loro modo neutro e distante dalla quotidianità melodrammatica ed esagitata che ci circonda, un nuovo alfabeto, nuove gerarchie, un nuovo catalogo di necessità, altri dieci comandamenti non repressivi o impositivi. Una lunga preghiera laica, atea, agnostica, miscredente. Qui il Prometeo non è più incatenato, spezza le catene con il punk delle viscere con frasi crude e terribili gettate in pasto ai benpensanti. Come consigli per gli acquisti viviamo a “giocare a vincere”, soltanto per salvarci ed un “Bella ciao”, comunque in ginocchio ringraziante e pregante, che gronda rosso, ma anche civiltà e rispetto, in mezzo a tutto quel bianco algido e senza umanità, non risolve, ma almeno aiuta. Rimangono impigliati nella rete fanciullesca, la sigla del Pinocchio di Comencini, quando tutto era possibile, quando non si doveva elemosinare attenzione e tempo e comprensione che da adulti non siamo più così docili e carini da meritarsi un sorriso, una carezza che non sia compassionevole, pietosa e lacrimevole e lamentosa e gonfia di piagnistei. Siamo cani randagi che si strusciano ai muri perché abbiamo assaggiato il piede dell’uomo. C’è tempo per sferrare pugni alla Madonna, “che cos’ha fatto oltre a partorire? Come se l’avesse fatto solo lei”, al Papa, “vorrebbe avere lo sguardo buono”, alle forze dell’ordine, “se entravo in Polizia ero cattivissima e semmai sparavo a qualche collega per sbaglio”, sfiorare l’eutanasia, Gesù, “la crocifissione: l’ennesimo atteggiamento da sborone”. In fondo è “Soffro ma non sembra”. A San Sepolcro per Kilowatt Festival

Voto 7 ½ 

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