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  28/05/2017 - 16:38

 

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Scanner - live
 


Norma 44
Di Dacia Mariani, regia Stefano Massini
Con Monica Bauco, Stefania Stefanin, Roberto Posse. Luci: Alfredo Piras. Scene e costumi: Mirco Rocchi. Musiche: Mya Fracassini
Al Teatro Manzoni Calenzano, 4, 5, 6 novembre 2004

 




                     di Tommaso Chimenti


La fine di Shavuoth, 2010
I capitoli del crollo, Volume primo: Tre fratelli, 2010
L’Italia s’è desta, 2010
Frankenstein ossia il Prometeo moderno, 2009
La Gabbia III, 2008
Donna non rieducabile, anteprima, 2007
L’odore assordante del bianco, recensione, 2007
Stefano Massini, Scanner intervista il regista fiorentino, 2007
L’odore assordante del bianco, scritto e diretto da Stefano Massini, 2007
Muro di silenzio, diretto da Stefano Massini, 2005
Norma 44, di dacia Maraini, diretto da Stefano Massini, 2004
La Gabbia, diretto da Stefano Massini


Tre persone in fuga dallo stesso destino, un binario unico sul quale viaggiano vagoni diversi per forma e specie, ma trafitti dalla stessa disperazione, diaspora interna, levigata umanità distratta che si lima a poco a poco dentro la morte fatta di mattoni e fango, miserie e privazioni di un campo costellato dal filo spinato.

Proprio con un riquadro, come fili tesi per stendere i panni bagnati e lenzuola bianche verginali, si apre la scena, nella migliore tradizione del regista Stefano Massini, che mai predilige o privilegia i classici sipari, un quadro appuntito, appeso come cadavere ambulante, grigio e scheletrico che ondeggia sollevato a metà tra la terra ed il cielo, sospeso tra la vita e le nuvole di cenere fuoriuscita dal forno crematorio.

La baracca da campo dove l’ufficiale SS per non morire dentro allestisce l’opera, o fa finta di farlo, farsa nella tragedia, il grottesco del gioco nel delirio della morte, è ricostruita perfettamente, mentre l’impatto sonoro, urla strazianti, fischi, latrati e le atroci sentenze germaniche, scoppia e spiazza, sfugge da tutti i lati del piccolo Manzoni calenzanese, si insinua tra i pori.

Il grammofono è il fulcro, l’incipit di ogni dialogo, l’oggetto del desiderio e la fuga dell’anima, le parole cantate che offendono la miseria del freddo e della neve, dei cenci dilaniati, delle mani sfatte dalla fatica, delle schiene martoriate dalle umiliazioni, è l’inizio e la fine, la puntina che scorre sui solchi è il divisorio tra il fuori atroce ed il ventre caldo dentro, placenta, parentesi appena socchiusa di respiro tra aliti gonfi di pianto.

L’amore che scoppia tra i tre è frutto semplicemente della disperazione e dell’istinto di sopravvivenza, sono reduci della stessa vergogna, vista da due angolazioni diverse, costretti nei loro panni a recitare ruoli senza applausi finali.

Il tono è da melodramma e forse il testo di Dacia Mariani è anche troppo didascalico, tentando di spiegare passo dopo passo ogni sequenza e scena, senza lasciare la minima occasione di slancio d’interpretazione personale al pubblico in sala che si trova la storia spiattellata senza ombre né dubbi.

Voto 7 

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