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  09/06/2026 - 18:18

 

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Scanner - live
 


Nick Cave 1998
Al Beach Bum Festival
Live alla luce del sole
Catacombale sound bluesy spesso come nebbia novembrina

 




                     di Stefania T. D'Alterio


"All the towers of ivory are crumbling
And the swallows have sharpened their beaks
This is the time of our great undoing
This is the time that I'll come running."
Straight To You
Non si può sbattere il Preacher Man degli Omicidi Passionali su di un palco da MTV col sole negli occhi e una platea formata da bimbetti trampolati su zeppe impossibili, costellati da piercing, in trepida attesa di "Breathe" e "Firestarter". Non si può far seguire all' Uomo Fatto di Tenebra una band che macina tarantelle hard per Hell's Angels infoiati. E' una bestemmia. Eppure l'eresia si è compiuta. Gli "arguti" organizzatori del Beach Bum Festival sono riusciti in quella che per molti resterà un'onta eterna: far suonare Mr. Nick Cave alla luce del sole e, soprattutto, fargli cedere il passo a nuovi venuti quali Stuck Mojo e Prodigy. Scelta alquanto discutibile, soprattutto se si verificano fatalità come la classica bottiglia d'acqua che si versa sul piano dei Bad Seeds: logico che l'intero gig si sia trasformato in una vera via crucis di attese e scuse da parte di uno sconsolato Cave e sguardi di puro disgusto da parte di un ironico Blixa Bargeld versione Johnny Lydon (basco da pittore fiammingo, linea leggermente appesantita, lingua tagliente). Quella fatina che abita nei brani del cantore di ballate omicide, comunque, è riuscita ancora una volta a svolgere il suo compito, spargendo, pur con affanno, manciate di magia pura. E allora ecco l'amore non ricambiato di "Henry Lee", ecco la storia da Natural Born Killers di "Deanna", il condannato a morte della monumentale "The Mercy Seat", la morbosità di "Do You Love Me?" e la mistica passione di "Into My Arms", l'inquietante losco figuro di "Right Red Hand", le ossessioni polanskiane di "From Her To Eternity"… Il meglio, quasi a supportare l'ultima uscita dell'artista australiano, un greatest hits per palati fini e animi tormentati. Cave si è mosso a scatti, avvolto dal suo catacombale sound bluesy spesso come nebbia novembrina, eppure dignitoso e ieratico come un predicatore d'altri tempi, impacciato dai raggi solari come Bela Lugosi su una spiaggia a ferragosto. E i numerosi aficionado accorsi (tutti rigorosamente over 25, dal look tarantiniano e gli occhi umidi puntati sull'Uomo on the stage) hanno scosso il capo, col cuore a pezzi, e hanno continuato a cantare e a sorreggere moralmente l'artista che ha dimostrato di possedere una pazienza da agiografia medievale per l'intera durata della performance. E ha salutato il suo pubblico con il rimpianto di non aver potuto regalare un'ultima storia, quella di "Where The Wild Roses Grow", per mancanza di tempo, e ha lasciato il palco in punta di piedi come un ospite indesiderato, nonostante i ripetuti richiami. Tenetevi pure i vostri Prodigy, ma lasciateci Nick Cave. E soprattutto abbiate rispetto.

Voto 8 

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