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  09/06/2026 - 08:15

 

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Manah Depauw & Bernard Van Eeghem
How Do You Like My Landscape
Ideazione: Manah Depauw e Bernard Van Eeghem. Con Manah Depauw e Carlos Pez Gonzàles, tecnica Bram Waelkens
Prima nazionale al Drodesera Fies a Dro (Trento), il festival in programma dal 25 luglio al 2 agosto 2008 alla Centrale Idroelettrica di Fies a Dro

 




                     di Tommaso Chimenti


La storia dell’uomo, e del suo rapporto con il sovrannaturale, in un’ora. Neanche. In questa prima nazionale al Drodesera Fies di Dro.

Un cubo, sotto il plexiglass di una veranda da campeggio che sa di vetrino da microscopio, spazio per gli esperimenti, apertura dentro il corso della Storia a ritroso, un quadrato dove mostrare, agli spettatori studenti, il vero andamento delle cose. Le vicende umane messe a nudo. Letteralmente. Un’infermiera dal camice verde e dai guanti in lattice funge da Dio che con pochi semplici tocchi crea il mondo aggiungendo al Nulla montagne di cartapesta come presepi casalinghi, alberi in miniatura come quelli dei modellini e dei plastici dei trenini elettrici. E’ in corso l’operazione- creazione di questo Dio bambino che gioca a dadi, che mischia le carte, curioso ed incuriosito dall’esito non previsto delle proprie azioni. Il quadro si popola, l’agnello sacrificale non può mancare come partorito direttamente dalla bocca dello stesso Signore onnipotente. A metà tra performance e recitazione. Gli animali pascolano sereni e pacifici fino all’avvento che distruggerà, sconvolgerà la pace del paradiso. Che diverrà da quel momento perduto. Dalle viscere della terra nasce, sorge, come sputato dalla fessura-vagina di Gea la testa dell’uomo subissato e soffocato da ketchup sanguinolento come placenta appiccicata tirato fuori dalle mani dell’ostetrica. “Partorirai con dolore” sembra uscire dal fumetto muto. L’uomo è solo pulsioni ancestrali, è lingua, è denti che vogliono mordere per conoscere, sapere attraverso il gusto tattile dell’assorbimento, ma al contempo fermo ed immobilizzato dalla sua impossibilità del muoversi, di raggiungere i suoi desideri, di azionare le mani. E’ il suo pene che freme e preme, che scatta a balzelli sotto foglie di fico mistiche a vibrare, incappucciato e legato, inchiodato e colpito come Gulliver. E proprio perché non può volare ma è ancorato alla fredda terra allora rinchiude gli animali in recinti, spara, fa la guerra, addolorato da quella corona di spine, il peccato originale, che si porta dietro e dentro senza possibilità di salvezza alcuna. Spuntano i marchi delle multinazionali in una continua trasformazione in negativo, in un affollamento imprevisto di carri armati che nemmeno il figlio di Dio riesce, con fuochi d’artificio e miracoli dell’ultim’ora, a scongiurare. Il dado è tratto, la valanga partita. Fino all’obitorio, all’abluzione purificatrice sopra un tappeto di ferro bruno. Che il tutto abbia inizio nuovamente.

Voto 8 

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