La storia dell’uomo, e del suo
rapporto con il sovrannaturale, in un’ora. Neanche. In questa prima nazionale
al Drodesera Fies di Dro.
Un cubo, sotto il plexiglass
di una veranda da campeggio che sa di vetrino da microscopio, spazio per gli
esperimenti, apertura dentro il corso della Storia a ritroso, un quadrato dove
mostrare, agli spettatori studenti, il vero andamento delle cose. Le vicende
umane messe a nudo. Letteralmente. Un’infermiera dal camice verde e dai guanti
in lattice funge da Dio che con pochi semplici tocchi crea il mondo aggiungendo
al Nulla montagne di cartapesta come presepi casalinghi, alberi in miniatura
come quelli dei modellini e dei plastici dei trenini elettrici. E’ in corso
l’operazione- creazione di questo Dio bambino che gioca a dadi, che mischia le
carte, curioso ed incuriosito dall’esito non previsto delle proprie azioni. Il
quadro si popola, l’agnello sacrificale non può mancare come partorito
direttamente dalla bocca dello stesso Signore onnipotente. A metà tra
performance e recitazione. Gli animali pascolano sereni e pacifici fino
all’avvento che distruggerà, sconvolgerà la pace del paradiso. Che diverrà da
quel momento perduto. Dalle viscere della terra nasce, sorge, come sputato
dalla fessura-vagina di Gea la testa dell’uomo subissato e soffocato da ketchup
sanguinolento come placenta appiccicata tirato fuori dalle mani dell’ostetrica.
“Partorirai con dolore” sembra uscire dal fumetto muto. L’uomo è solo pulsioni
ancestrali, è lingua, è denti che vogliono mordere per conoscere, sapere
attraverso il gusto tattile dell’assorbimento, ma al contempo fermo ed
immobilizzato dalla sua impossibilità del muoversi, di raggiungere i suoi
desideri, di azionare le mani. E’ il suo pene che freme e preme, che scatta a
balzelli sotto foglie di fico mistiche a vibrare, incappucciato e legato,
inchiodato e colpito come Gulliver. E
proprio perché non può volare ma è ancorato alla fredda terra allora rinchiude
gli animali in recinti, spara, fa la guerra, addolorato da quella corona di
spine, il peccato originale, che si porta dietro e dentro senza possibilità di
salvezza alcuna. Spuntano i marchi delle multinazionali in una continua
trasformazione in negativo, in un affollamento imprevisto di carri armati che
nemmeno il figlio di Dio riesce, con fuochi d’artificio e miracoli
dell’ultim’ora, a scongiurare. Il dado è tratto, la valanga partita. Fino
all’obitorio, all’abluzione purificatrice sopra un tappeto di ferro bruno. Che
il tutto abbia inizio nuovamente.
Voto
8