"Per cui, se servirà del sangue ad ogni costo, andate a dare il vostro, se vi divertirà. E dica pure ai suoi, se vengono a cercarmi, che possono spararmi, io armi non ne ho". (Il disertore, Boris Vian ).
Sei giovani drammaturghi scelti, la mente, sei attori
selezionati, il braccio armato. Ecco il progetto di Antonio Latella
per il suo Nuovo Teatro Nuovo di Napoli, per la sua prima stagione “Fondamentalismi”. Uno versus
l’altro, in un rapporto cercato, volutamente bidirezionale a due voci, filo
diretto, in un monologo che esplori il dentro, in ambito circolare, dai riflessi introiettanti ed introspettivi. Nello spazio diviso, scostante, lontano, chiuso, indifeso ed indifendibile, di una vasca di plexiglass, bolla di sapone dai rumori attutiti, trasparente ma sporca, opaca, dall’interno deformante, un cubo, un parallelepipedo-gabbia da zoo che è lo “stomaco” di questa “Fame” lacerata dai sensi di colpa.
La plastica sfoca l’immagine di un pesce che rimane senz’aria e boccheggia, che urla senza essere capita, che batte le mani ma che non attira l’attenzione, tanto è distante. Non ci riesce, non ce la fa a
passare, a trapassare la cortina di nebbia nervata di poesia. Le sue parole gracchiano come disco vintage, scrocchiano nell’altoparlante, nel walkie-talkie cadendo e ricadendo pesantemente sotto il peso delle proprie convinzioni. Vuole “aprire lo spazio”, ossimoro nella situazione
claustrofobica di sbarre, mentali e fisiche. Sembra grande, a tratti gigantesca, la fisionomia di Valentina
Vacca che si agita come fiera alla catena. Fuori dalla scena, invece,
è minuta, piccola, timida, celata. La figura di Simon Weil esce a tentoni, si fa strada a gomiti ed emerge, fa capolino in maniera costante, ma anche discreta, quasi timida, testa di testuggine che sale dal carapace fino a ritornare nell’universalità. In sottofondo rumori di telai e fabbriche ed una schiavitù, materica e psicologica, di sottomissione, umiliazione e impotenza di fronte all’uomo, alla sua viltà, allo strazio della guerra. E siamo tutti Gerico e Guernica e Hiroshima. Siamo tutti berlinesi e tutti newyorkesi. Una camicia verde militare, poi una gonna di tulle, femminile quasi sposalizia e la ricerca del martirio, della possibilità di immolarsi, rendersi pane secco paracadutato messo in file e filari come morti, cadaveri, tombe, cimiteri. Un’immagine iconografica, pornografica e religiosa, una distesa di aridità, di secchezza, di rughe e lacrime indurite, lì, aperte e dipanate, sul piatto della vita.
Voto
7