Il teatro c’è ma non si vede. Personaggi con il tono da
persone. Stanno su un palco ma questo è un fatto irrilevante. C’è un’indagine
in corso ma questo è un altro fatto irrilevante che la giuria non dovrà tenere
in considerazione. Gli oggetti non ci sono, come non ci sono le stanze. Per
terra vi è scritto che cosa lì ci sarebbe dovuto essere. Ci crediamo. A
capofitto. Gli attori non hanno costumi di scena ed anzi sembra di assistere ad
una prova, un “Rumori fuori scena” in presa diretta. Contrordini, dinamiche di
gruppo, tutto si miscela al testo in un dentro-fuori senza filtri, in
un’osmosi, senza cosmesi, da placenta, da setaccio, diga, imbuto. Cade a goccia
“Hamelin” di Psicopompoteatro e sotto
tutti a succhiare come topi attorno ad una ciotola di latte.
Lo vedi correre il testo, attorcigliarsi senza soluzioni,
che forse tutti sono colpevoli e forse un vero colpevole non c’è. Un caso da
risolvere, una meta da raggiungere. Qui è di scena il viaggio non la sua
conclusione. Le luci sono accese fisse sul pubblico, pareggiando l’attesa ci
sentiamo coinvolti, dentro in una grande stanza dove si sta discutendo di
qualcosa. Con quell’ironia sottile e amara, cattiva che ti prende per i capelli,
come una strofa di una poesia che razionalmente non ti è chiara ma che senti
bussare e bruciare alla bocca dello stomaco. C’è qualcosa anche se non so cos’è.
Come si possa chiamare. Un ricco signore filantropo che aiuta giovani, ragazzi
e bambini di un quartiere disagiato e degradato. Mecenate o pedofilo,
benefattore o approfittatore? Michael Jackson
o Pasolini? La scuola di Rignano in
provincia di Roma? Non è un giallo, è un noir dell’anima con il didascalista,
il regista sulla scena alla maniera di Kantor, a precisare,
spiegare le fasi, mentre attorno l’azione continua esaltandosi al di fuori
della bolla di sapone della piece: sbuffi, mani sui fianchi, gomme masticate.
Tutto è talmente vero che è ovvio che siamo a teatro. Il pifferaio suona il suo
flauto e si porta via i bambini. Ma ogni musicista ha il suo strumento da poter
suonare, le proprie carte nella manica, alcune più esplicite altre più
nascoste. Armi della comunicazione dove i complici ed i compiacenti stanno a
portata di sguardi, giornalisti o il pubblico stesso. Le storie si intrecciano,
familiare e pubblico tra omertà e vergogna, i topi squittiscono ed il bene ed
il male ritornano ad essere parole, concetti privati senza nessuna possibilità di codificazione certa,
di regolamentazione assoluta. Dopo Primavera
dei Teatri di Castrovillari lo spettacolo va in scena al Teatro OutOff di Milano dal 30 settembre
al 12 ottobre 2008.
Voto
8